Missionari Iblei

Centro Missionario Diocesano – Ragusa

Fratel Marangio, un ricordo lungo 30 anni

Il 24 maggio del 1986 è stato un giorno di particolare emozione per tutta la comunità ecclesiale ragusana. Dopo essere ripartito da pochi mesi da Vittoria per la sua Africa, non i buone condizioni di salute, e aver rilasciato la sua unica intervista per il periodico diocesano “Insieme”, ma sempre determinato a compiere sino in fondo la sua missione, arriva quel giorno la triste notizia che fratel Aldo Marangio non rientrava più in Italia nonostante lo strenuo tentativo di curarlo dalla grave leucemia acuta manifestatasi in Sud Sudan. Tuttavia, se il suo cammino si fermava bruscamente a Nairobi, si era consapevoli che così si compiva quanto da lui stesso rivelato prima dell’ultima partenza dalla Sicilia, come ultima volontà di tutta una vita: donare sino all’ultima goccia di sangue per la Nigrizia. E’ questa la vocazione originaria di ogni missionario comboniano, discepolo di San Daniele Comboni. E lui è stato fedele.

A distanza di 30 anni è possibile ancora ricordarlo grazie ad un documento scritto che il confratello scrittore, padre Lorenzo Gaiga, per l’Istituto comboniano ha pubblicato dopo qualche anno e che ripercorre la sua vita, la sua vocazione e la testimonianza missionaria che ci ha lasciato come testamento spirituale.

fratel Aldo

FRATEL ALDO MARANGIO

Vittoria (RG) 26.8.1928 – Nairobi (Kenya) 24.5.1986  

La prima lettera di fr. Marangio di cui abbiamo documentazione porta la data del 26 settembre 1947. È scritta da Vittoria, suo paese natale, ed è indirizzata al superiore con la richiesta di “essere accettato nel suo istituto come fratello coadiutore per potermi disporre con la pietà e l’obbedienza ad entrare nel Noviziato, sentendomi mosso dal desiderio di consacrarmi al Signore per la conversione dei poveri infedeli dell’Africa”.

Il parroco attesta che Aldo “ha sempre tenuto un contegno serio e pietoso servendo anche all’altare con edificazione dei fedeli e dandosi nelle attività dell’Azione Cattolica giovanile. Ha frequentato i sacramenti della penitenza e dell’Eucaristia settimanalmente”.

Così, il l0 ottobre 1947, Aldo Marangio, giovane di 19 anni, entrava nel noviziato di Firenze.

L’ambiente siciliano era notevolmente diverso da quello fiorentino. Non c’era da meravigliarsi, dunque, se p. Audisio, maestro dei novizi, scriveva di lui: “È un giovane che si ambienta piano piano nella casa religiosa. È già notevole il fatto che ha saputo vincere le prime dure difficoltà soprattutto per uno che viene dalla vita libera del mondo” .

Aldo nutriva nel cuore la segreta speranza di poter diventare sacerdote. Ma al paese, oltre le elementari, aveva frequentato “solo fino al primo trimestre della terza classe della Scuola di Avviamento Professionale a tipo Industriale, Guglielmo Marconi, di Vittoria”. Troppo poco, a giudizio dei superiori, per iniziare gli studi regolari, data anche l’età.

Aldo si rassegnò di buon grado, senza insistere. Infatti p. Audisio scrive: “Lasciò senza rimpianto il suo primo desiderio di aspirante al sacerdozio e, come d’accordo, non se se fece più neanche l’accenno… Si è adattato a tutti gli uffici in cui è stato messo: sarto, refettoriere ed ora campagnolo, lavorando con lena benché non dovesse essere molto abituato al lavoro. Tutto questo dimostra in lui buone disposizioni a diventare un utile fratello”. E più avanti: “È molto attaccato alla sua vocazione e diffida di sé. Si impegna nel lavoro, lui che per le circostanze della sua vita non ha mai lavorato seriamente. È pronto a sottoporsi ai lavori più pesanti e ai sacrifici” .

I giudizi dei superiori nel corso della formazione furono sempre buoni. P. Medeghini scriveva: “Compie bene tutti i suoi doveri religiosi e fa bene. Va d’accordo con gli altri”. E p. Bevilacqua: “Ha disimpegnato bene l’ufficio di cuoco qui a Roma, cercando di accontentare i confratelli con assidua applicazione al suo lavoro. Si è mostrato sempre sottomesso agli ordini e indicazioni avute. Dimostra un vero attaccamento alla sua vocazione e desidera continuare a servire il Signore nello stato abbracciato. Nulla da dire sullo stato di pietà: fedele alle sue pratiche come prescrivono le nostre Regole. Sembra di carattere poco espansivo, ma dimostra molta carità”.

 Marangio fr. Aldo 1928-86

Un po’ di purgatorio

Fr. Marangio si distinse sempre per una particolare devozione a San Giuseppe. Nella domanda per i Voti, chiese se poteva emetterli il 19 marzo. Fu accontentato. E il 19 marzo 1950 si consacrò a Dio per la missione.

Ma questa benedetta missione si profilava ancora in lontananza. Infatti, per quattro anni dovette fare il cuoco a Bologna e a Carraia e il falegname a Venegono e Verona. Chiamò questo periodo il suo purgatorio. Finalmente, il 17 novembre 1954 poté imbarcarsi per il Sudan.

Kuajok fu la sua prima destinazione, come addetto all’officina. Dobbiamo dire che, all’inizio, non se ne intendeva molto, tuttavia seppe applicarsi con impegno e cocciutaggine così da diventare un esperto nel suo mestiere. “Era minuzioso e preciso nei suo lavori; anche se ciò lo costringeva ad essere un po’ lento”, dice uno che è stato con lui.

I primi due anni di missione costituirono per lui una prova fisica (non era un asso di salute) e anche spirituale, tanto che nel 1956 chiese ed ottenne di venire in Italia. Rimase a San Pancrazio (Roma) due anni. È di questo periodo il giudizio di p. Bevilacqua riportato sopra. Le forze ritornarono e nella sua mente si fece piena luce a proposito della sua scelta missionaria. Emessi i Voti perpetui nel 1957, riprese la via del Sudan con nuovo entusiasmo e con la certezza che Dio lo voleva totalmente su quella strada.

Raga e Kuajok lo videro indefesso lavoratore e silenzioso amico dei confratelli che aiutava con vera cordialità e senza baccano. Rimase in quella terra fino al 1964, data dell’espulsione di tutti i missionari dal Sudan meridionale.

 

In Ecuador

In Italia fr. Marangio si trovò subito come un pesce fuor d’acqua, e chiese ai superiori un’altra missione, una qualsiasi. Lo inviarono in Ecuador che agli occhi dei comboniani appariva come una “piccola Africa” .

Fr. Marangio giunse a San Lorenzo il 12 dicembre 1965, e venne assegnato come istruttore della scuola artigiani. Ciò sta ad indicare il livello professionale raggiunto da questo fratello autodidatta, ma animato da una volontà di ferro.

Mons. Enrico Bartolucci, vescovo di Esmeraldas, scrive di lui: “Fr. Aldo fu il braccio destro di p. Lino Campesan. Era uomo di poche parole e di molto lavoro. Grazie a lui, nacque, crebbe e prosperò la scuola artigianale da cui più tardi venne la scuola tecnica. Molti giovani di San Lorenzo, grazie a fr. Aldo, hanno potuto imparare un mestiere degno e onorato. A San Lorenzo fr. Aldo era conosciuto e ricercato da tutti. Nel fine settimana, si occupava anche di sport, organizzando tornei di calcio con i suoi ragazzi”.

 cattedrale

Il richiamo dell’ Africa

Come per p. De Giorgi, anche per fr. Marangio il richiamo dell’ Africa si faceva continuamente sentire. Arrivato in Italia nel 1981, lavorò per un paio d’anni a Pordenone “per insegnare e per apprendere” in vista dei nuovi compiti che sperava di assumere in Sudan meridionale dove alcuni comboniani erano potuti ritornare e dove anche lui sperava di arrivare.

In una lettera al padre generale del 30 gennaio 1983, così si esprime: “Carissimo padre, la ringrazio tanto della sua gentile comunicazione del 23 dicembre u.s. Con molto piacere ho appreso che ha già proposto il mio nome a Mons. Nyekindi. Il vivo desiderio che conservo da anni di poter ritornare a prestare servizio ancora una volta nel Sudan meridionale non mi ha mai abbandonato. Comprendo le difficoltà per noi espulsi, ma io spero sempre. La mia età non mi sembra un grande ostacolo per garantire la continuità nel lavoro, naturalmente a Dio piacendo, anzi direi che l’esperienza di lavoro di missione e la conoscenza dei luoghi mi faciliteranno l’opera. Spero che lei saprà comprendere la mia ansia e farà di tutto perchè il mio desiderio si trasformi in realtà”.

Con un po’ di tempo e di fatica le pratiche andarono in porto. E nel luglio del 1983 era finalmente in Sudan meridionale. Scrive di lui p. Mazzolari: “Ti devo dire che ancora faccio fatica a rassegnarmi! Fr. Aldo stava portando avanti un complesso di attività che era sbalorditivo; ricostruzione delle officine di Wau, costruzione della casa delle suore comboniane, costruzione della nuova residenza comboniana a Wau… Lavorò fino all’ultimo giorno. Era un autentico comboniano; contento della sua vocazione, sempre sorridente, e pienamente realizzato come persona. Parlava poco, ma era cordiale e di grande comunicativa. Preferiva i fatti alle parole. Sebbene dotato di tante qualità ed esperto in tanti lavori, non si vantava mai di quello che faceva; era schivo e non mendicava approvazione o lodi per quello che faceva. Io non riuscivo a comprendere da dove attingesse tanta energia. Dormiva poco, ma al mattino riprendeva il suo lavoro senza lamentarsi e col solito impegno ed entusiasmo” .

 

Una comunità provata

Dall’inizio dell’85 fr. Marangio si trovava a Wau dove aveva sistemato la residenza della nuova comunità dei comboniani nella vecchia casa provincializia. P. Penzo era il superiore della comunità. Ad essa appartenevano anche i padri De Giorgi, Tessitore, Pacifico e Tanel. È tragico constatare che tre membri di questa comunità siano morti nel giro di un anno!

Durante gli ultimi due mesi della sua vita, fr. Marangio non stava bene. Aveva, si pensava, malaria perniciosa e si curava alla meglio. Continuava nel frattempo la sua opera di edilizia e di sistemazione del Saint Joseph’s workshop, un opera diocesana. Il suo lavoro di supervisore edile includeva la supervisione contemporanea della costruzione della casa dei comboniani, della casa delle suore, della casa parrocchiale e soprattutto della ricostruzione (pavimenti e tetto) dell’enorme officina di falegnameria, meccanica e riparazione d’auto.

In marzo non sentiva più le forze per seguire bene quest’enorme quantità di lavoro. Per aprile era diventato “anemico” e debole. Il suo ultimo lavoro fu la preparazione della cassa per i funerali di p. De Giorgi a Wau (19 aprile 1986). Faceva ormai fatica a camminare e a stare in piedi a lungo. Il dottor Francesco Torta, volontario italiano a Wau, lo seguiva passo per passo. La sua emoglobina era estremamente bassa.

Furono fatte trasfusioni di sangue il 3 e 25 aprile per metterlo in forze in modo da portarlo a Nairobi e poi in Italia per analisi e cure mediche. Il fratello aveva accettato di lasciare Wau perchè si sentiva veramente spossato. Difatti prometteva al provinciale che questa volta avrebbe curato la sua salute, perchè ormai c’erano troppe complicazioni nel suo fisico. Andando in Italia avrebbe comperato i pezzi di ricambio per i macchinari dell’officina di Wau. Fr. Marangio non perse mai la speranza di tornare a Wau, neanche durante le sue ultime ore, alla vigilia della sua inaspettata morte.

Ci vollero dieci giorni, a Wau, per metterlo in forze in vista del lungo e difficile viaggio per Nairobi. Nel frattempo fr. Marangio dava a tutti esempio di pazienza e gratitudine per tutto quello che si faceva per lui; dal dire un grosso grazie a chi gli dava il sangue a chi gli preparava un po’ di cibo nutriente (suore comboniane a Wau) o a chi lo assisteva in qualsiasi cosa.

Finalmente il primo maggio partì da Wau con il provinciale per Khartoum e, dopo due giorni, da Khartoum per Juba. Fatta una breve sosta, scese da Juba sempre con il provinciale, a Nairobi. Era il 6 maggio, e lì fu immediatamente ricoverato in ospedale.

A Nairobi, oltre all’anemia, cominciarono a sospettare leucemia e il 14 maggio la diagnosi fu definitiva: “leucemia acuta e avanzata”. Nonostante le molte premure mediche, in dieci giorni si era consumato, prima di poter venire in Italia, dove era atteso dai confratelli e dalla sorella Teresa.

Fr. Marangio lasciò questa terra in brevissimo tempo, come aveva sempre desiderato. Spirò nel sonno alle prime luci del 24 maggio.

funerali 27-5-86

Un grande pianto

La morte di fr .Marangio ha lasciato a Wau un grande vuoto. Era infatti stimatissimo dal suo vescovo, Mons. Nyekindi, che lo amava come un fratello di sangue. A Wau, il fratello stava rimettendo in piedi l’officina diocesana. Nell’officina si sarebbero formati molti degli artigiani e dei meccanici specializzati di cui la zona ha tanto bisogno. Un sogno che stava diventando realtà grazie ai nuovi macchinari comperati in Italia l’estate precedente.

Partendo per cure a Nairobi, fr. Aldo sperava proprio di far presto ritorno a Wau per iniziare corsi regolari per apprendisti. Fino all’ultimo giorno a Wau, fr. Aldo si fece aiutare a scrivere progetti dal suo provinciale da far approvare al vescovo. Ma i piani del Signore erano altri.

Fr. Aldo era amato dai suoi lavoratori di cui difendeva i diritti a spada tratta. Il loro salario doveva essere giusto o fr. Aldo non aveva pace. In breve tempo, perciò, aumentò e in alcuni casi raddoppiò il loro salario. Aveva un vero senso della giustizia sociale.

Contava amici e benefattori fra i gruppi giovanili, come “Mani Tese”, che sperava di visitare in Italia e per i quali aveva fatto fotografie prima della sua partenza per interessarli ai bisogni e ai progetti di Wau.

 

La devozione alla Madonna

Il suo provinciale scrive di lui: “Fr. Aldo era un uomo di profondo spirito di osservazione. La sua alzata era alle quattro del mattino per poter dare a Dio le prime ore della giornata in serenità, prima di ingaggiarsi nelle sue mille responsabilità di lavoro e progetti e in altrettante persone che avevano bisogno della sua supervisione, direzione o aiuto materiale e umano.

Aveva una devozione tenerissima e fedele alla Madonna che chiamava nei suoi scritti La nostra Madre Celeste. A lei affidava con fiducia tutti i suoi progetti e piani.

Fr. Aldo era un religioso povero e umile. Benché capace di sviluppare numerosi e complessi progetti con vera competenza di falegname, meccanico, disegnatore e ingegnere, non faceva mai sfoggio del suo genio né si vantava del suo lavoro. Era un artefice nell’arte dello sviluppo umano”.

Il suo funerale ebbe luogo il 28 maggio nella cappella degli Apostoli di Gesù a Langata (Nairobi), e fu un vero trionfo. Il Card. Otunga di Nairobi fu il celebrante principale dell’eucaristia di resurrezione, concelebrata da 42 sacerdoti tra cui Mons. Mazzoldi, i provinciali dei Salesiani, dei Kiltigan Fathers, dei Maryknoll e dei Comboniani del Kenya e del sud Sudan.

La salma di questo nostro confratello di 57 anni riposa nel cimitero di Saint Augustin, a Nairobi.

p. Lorenzo Gaiga

 

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