Missionari Iblei

Centro Missionario Diocesano – Ragusa

Martiri della porta accanto di Enzo Bianchi

01/03/2014 CONDIVIDERE

Religiosi, catechisti, semplici fedeli: il legame tra vita cristiana e testimonianza fino alla morte non è più confinato alle remote terre di missione.

«Non siamo qui per avere nemici, ma per cercare amici; perché quelli che ci pensano loro nemici possano capire che non siamo nemici di nessuno». Queste parole – pronunciate da monsignor Henri Teissier quando era arcivescovo di Algeri al cuore della tormenta attraversata dalla minuscola Chiesa in quel Paese – potrebbero essere sulla bocca dei testimoni di Cristo “convocati” da Gerolamo Fazzini attorno al discorso della montagna di Gesù.
Infatti «il martire – come ricorda Bruno Maggioni – non sceglie la morte, ma un modo di vivere, quello di Gesù», sceglie un comportamento ispirato al Vangelo, una faticosa ricerca della sequela di Cristo, non un’eclatante affermazione di sé. «Un martire, un santo, è fatto sempre dal disegno di Dio, dal suo amore per gli uomini, per ammonirli e per guidarli, per riportarli sulle sue vie. Un martirio non è mai un disegno d’uomo; poiché vero martire è colui che è divenuto strumento di Dio, che ha perduto la sua volontà nella volontà di Dio: non perduta ma trovata, poiché ha trovato la libertà nella sottomissione a Dio. Il martire non desidera più nulla per se stesso, neppure la gloria del martirio». Così fa dire T. S. Eliot al vescovo Thomas Becket nell’ultima omelia prima di venire assassinato nella sua cattedrale.
Queste pagine ne sono una testimonianza efficace: persone note universalmente e “oscuri testimoni della speranza”, cristiani di tutti i giorni sono raccolti attorno a quella chiamata universale alla santità che sono le Beatitudini, la buona notizia offerta in dono all’umanità amata da Dio. In quest’ottica credo valga la pena evidenziare un aspetto del martirio contemporaneo cui l’autore accenna nell’introduzione e che poi è presente attraverso alcune figure del “popolo delle Beatitudini”: la dimensione ecumenica della testimonianza fino al sangue resa da tanti discepoli di Cristo, quell'”ecumenismo del sangue” evocato recentemente con forza da Papa Francesco.
Dopo la tragedia del “male assoluto” che ha lacerato il secolo scorso, il movimento ecumenico ha assunto piena consapevolezza di quanto Papa Giovanni Paolo II ha poi esplicitato nella lettera apostolica Tertio millennio adveniente in preparazione al Giubileo del 2000: «L’ecumenismo dei martiri è forse il più convincente, la communio sanctorum parla con voce più alta dei fattori di divisione».
Come testimoniano anche queste pagine, nel secolo scorso questa voce è tornata a levarsi sempre più distinta dai sotterranei della storia: dal Salvador all’Algeria, dalla Russia a Timor Est, dall’Alto Egitto alla regione dei Grandi Laghi, dal Sudan alla Cina, dalla ex Jugoslavia alla Birmania, sempre più numerose sono state e sono le zone del mondo in cui cristiani di tutte le confessioni (cattolici, ortodossi, anglicani, copti, protestanti…) sono osteggiati, discriminati, perseguitati, incarcerati, torturati e uccisi. Fare memoria di loro è giusto e doveroso perché costituiscono tutti insieme un solo corpo, un tesoro prezioso per la Chiesa e per l’umanità tutta. Questa custodia della memoria, questo visitare le loro “passioni” è un invito pressante a fare propria la consapevolezza che ogni martire ha di appartenere a un’unica comunità di fratelli e sorelle, nella quale e in nome della quale dà la propria “bella testimonianza” di fronte al mondo.
Davvero in questi ultimi decenni l’intrinseco legame tra vita cristiana quotidiana e testimonianza fino al martirio è tornato a brillare al cuore stesso della Chiesa, dopo che per quindici secoli era rimasto confinato nelle estreme regioni della missione. Uomini e donne forti solo del loro battesimo, catechisti, religiose, monaci, vescovi, seminaristi hanno testimoniato fino al compimento della “vita donata” la radicalità della loro sequela del Signore Gesù.
Certo l’irrompere del martirio in una Chiesa che si scopre minoranza senza più garanzie fornitele da una società cristiana provoca timore, sbandamento, insicurezza… Ma questo ritorno della possibilità del martirio è un grande segno per tutti, dentro e accanto alla Chiesa: cristiani di ogni latitudine e confessione mostrano ai loro fratelli e sorelle in umanità che val la pena di vivere perché val la pena di morire per Gesù Cristo e che essere battezzati è una cosa seria, il “caso serio” che arriva a determinare la stessa morte fisica. La sofferenza fino alla morte, accettata nell’amore anche per il nemico, è l’estremo rifiuto della logica dell’inimicizia, l’unico atto che può porre fine alla catena delle rivalse e delle vendette. Con il martirio, un cristianesimo che sembra in difficoltà nel comunicare con gli uomini di oggi ritrova, in una “grazia a caro prezzo”, la capacità di suscitare domande e di inquietare le coscienze. Come annotava Ignazio di Antiochia alla fine del I secolo, mentre era condotto al martirio a Roma, è nelle situazioni in cui il cristianesimo è odiato e avversato che emerge con forza la sua vera natura, il suo essere «non opera di persuasione, ma di grandezza».
Per il ritrovamento di questa ricchezza perduta dobbiamo essere grati ai testimoni qui evocati e ai tanti altri di cui sono corifei: il loro sacrificio suona anche giudizio per noi: siamo consapevoli che questi fratelli e sorelle, nostri contemporanei, affrontavano e affrontano per amore di Cristo le sofferenze, la tortura, la morte violenta proprio mentre noi siamo tentati di accondiscendere alle lusinghe della mondanità e cerchiamo di rendere il cristianesimo più comodo, finendo a volte per depauperare quella fede che sola vince il mondo?

 

IL LIBRO

Il testo che anticipiamo è la prefazione del volume di Gerolamo Fazzini Scritte con il sangue. Vita e parole di testimoni della fede del XX e XXI secolo (euro 16), in uscita per le Edizioni San Paolo. Storie di testimoni della fede, da “giganti” come Charles De Foucauld o Edith Stein a nomi meno noti al pubblico come suor Sueva Asakra, prima martire del Bangladesh, o Stanley Rother, missionario americano ucciso nell’81 in Guatemala, o ancora il medico ugandese Matthew Lukwiya, morto curando i malati durante l’epidemia di ebola del 2000. Una sorta di «antologia dello spirito», spiega l’autore nell’introduzione.

http://www.missionline.org/index.php?l=it&art=6044

 

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