Missionari Iblei

Centro Missionario Diocesano – Ragusa

MEDICO CURA TE STESSO

FARSI PROSSIMO

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Chi è il mio prossimo?” è la domanda che un dottore della legge rivolge a Gesù, chiedendogli di concretizzare l’invito-comando “amerai il tuo prossimo come te stesso”. Gesù non fa un elenco di possibili candidati a essere prossimo, ma racconta la parabola del buon samaritano per far capire come “farsi prossimo” all’altro, commovendosi fin dalle viscere, alla vista di ogni persona che ha bisogno. Il prossimo non è più colui che è vicino a me, il mio compagno di fede o di viaggio, ma sono io quando mi avvicino a qualsiasi altro, soprattutto se ha bisogno di me, come quel povero uomo della parabola, percosso dai briganti e abbandonato.

Nella “com-mozione” che muove a fare, nella compassione che si fa cura, incontriamo l’altro e incontriamo Dio. È un fare connotato dalla reciprocità, tipico dell’amore che si dona. Se siamo abbastanza liberi e abbastanza forti, possiamo aiutare gli altri senza allontanarci dalla nostra strada, farci prossimi all’altro senza dimenticare di farci prossimi a noi stessi, saper andare verso l’altro senza dimenticare la strada che porta alla nostra casa. Aiutare senza bruciarsi, sapere rispettare se stessi, nella consapevolezza che non si può fare tutto e non è mai successo che un essere umano sia arrivato a salvare, tutta insieme, la varia umanità.

Nel comando di amare il prossimo come noi stessi quel come dice la stessa importanza dell’amare l’altro e dell’amare se stessi. Ci fa capire che l’amore a Dio, l’amore all’altro e l’amore a noi stessi sono un unico grande amore. L’autentico amore di sé non ha nulla a che vedere con l’egoismo: implica il saper “farsi prossimo a se stessi” e presuppone una sana accettazione di sé. Aiutare gli altri implica uno sconfinare dalla propria terra conosciuta per entrare in quella sconosciuta dell’altro ed espone, quindi, a un situazione di vulnerabilità. Si può creare tra chi aiuta e chi è aiutato, non un’alleanza “terapeutica” ma un vero e proprio “contagio di vulnerabilità”. Entrare nella vita dell’altro e tornare in sé, questo oscillare tra il perdersi nell’altro e ritrovare l’altro dentro di sé, questo “s-confinare” tra il conosciuto e l’estraneo è possibile solo se si ha un saldo senso di identità. Aiutare richiede una grossa energia che a volte può venir meno. Si può soffrire di quella che viene chiamatafatica da compassione. Chi ne è affetto si sente risucchiato come in un vortice, ma continua a lavorare finché non è completamente esaurito. A volte basterebbe imparare a dire qualche “no” agli altri e qualche “sì” a se stessi, senza sentirsi per questo in colpa.

SINDROME DEL BUON SAMARITANO DELUSO

Un nuovo tipo di “stress lavorativo”, che gli studiosi chiamano burnout (letteralmente bruciato, esaurito, esausto) sta coinvolgendo sempre più persone. Specialmente chi lavora in campo sociale, sanitario, educativo e formativo. Alcuni autori parlano del burnout come della “sindrome del buon samaritano deluso”. Il burnout è un tipo di “esaurimento emotivo e professionale” che tocca tutta la persona in modi e gradi diversi: fisicamente, emotivamente, intellettualmente, socialmente e spiritualmente. Ciò che si fa perde man mano significato e direzione.

IL RISCHIO DI BRUCIARSI

I costi del burnout sono piuttosto elevati, non solo per l’interessato che offre un servizio sempre più scadente (oltre alla sofferenza che si porta dentro e dalla quale si difende). I suoi effetti coinvolgono anche la persona aiutata, alla quale viene offerto un servizio sempre meno adeguato e poco umano. Ne viene colpita anche la comunità in cui si vive, che subisce aumenti di tensione e di conflittualità. Si crea così uno squilibrio tra richieste e risorse, uno scarto tra ideale e realtà, tra attese e risposte. Il burnout non scoppia da un giorno all’altro, è un cammino a più tappe: dall’entusiasmo idealistico all’esperienza del sentirsi frustrati perché i risultati non sono quelli sperati e i “problemi” sono sempre gli stessi con conseguenti sensi di colpa, sentimenti di fallimento o di inutilità, caduta di autostima, disumanizzazione delle relazioni. Il samaritano attento può trasformarsi in samaritano apatico perché deluso. I motivi per cui le persone vanno in burnout sono molti. Spesso sia l’interessato sia le persone che gli stanno attorno interpretano questo svuotamento emotivo e professionale come legato solo a fattori personali e non condizionato anche da un certo tipo di ambiente relazionale e di contesto lavorativo.

La personalità di chi desidera “amare il prossimo” , le sue caratteristiche mentali, la sua storia affettiva, il suo stile interpersonale, la sua capacità di controllo delle emozioni, l’idea che ha di sé e del suo servizio, il suo modo di interpretare e valutare le cose, sono certamente fattori che influenzano le sue risposte emotive e comportamentali, la sua capacità di gestire lo stress e hanno particolare rilevanza nell’insorgere del burnout. Ma è altrettanto importante il contesto ambientale e relazionale in cui queste persone vivono e lavorano. E spesso manca, in questi momenti di fatica e di sofferenza, un’adeguata supervisione di sostegno. «È come analizzare – afferma efficacemente p. Sandrin – la personalità dei cetrioli per scoprire perché sono diventati sottaceti, senza però analizzare il barile di aceto in cui sono stati immersi! ». È ovvio che chi è affetto da sindrome del burnout non è in grado di aiutare veramente nessuno, poiché è lui o lei per primo ad aver bisogno di essere aiutato. Da qui la necessità di trovare un equilibrio giusto che aiuti anche ad “amarsi”, a prendersi cura della propria salute con diligenza e responsabilità, sia la salute del corpo che quella della mente e dello spirito.

E ancora è necessario conoscersi sempre meglio, riconoscere e accettare i punti forti e deboli della propria personalità allo scopo di migliorare il rapporto con se stessi e con gli altri. Prendersi cura degli altri esige il prendersi cura di sé. La cura di sé non è tanto un puro esercizio estetico, ma costituisce un compito di vitale necessità, perché la fragilità è costitutiva della natura umana; e non siamo autosufficienti né immuni dai cambiamenti. La ricezione e l’accettazione delle ferite non devono quindi impedire la continuità e la vitalità del progetto personale. Sperimentare le ferite non significa necessariamente esserne “vinti”.Affinché la vulnerabilità sia una dimensione positiva e preziosa è fondamentale non ignorarla. Ed è pure importante riconoscere che non solo siamo vulnerabili ma vulneratori: siamo esseri capaci di distruzione, in grado di distruggere noi stessi, i nostri simili e l’ambiente.

MEDICO CURA TE STESSO

Questo proverbio, molto famoso nell’antichità, in ambiente greco, giudaico e arabo, è usato di solito in riferimento a chi dà consigli agli altri e poi non corregge i propri errori. Fu pronunciato anche da Gesù nella sinagoga di Nazaret (Lc 4,23) per farsi capire meglio da chi lo ascoltava. Dopo un interessante e ampio percorso lungo la storia delle più antiche civiltà, integrato con numerosi riferimenti alla storia biblica, sr. Nuria presenta Gesù come il “guaritore” per eccellenza. Gesù offre la sua forza che guarisce e la persona malata la riceve nel suo corpo e in tutto il suo essere: tra loro si stabilisce un rapporto vitale, una comunicazione solidale che si trasforma in fonte di vita. Ma Gesù sapeva prendersi del tempo anche per sé, quando lasciava le folle per stare un po’ con i suoi discepoli e per pregare. Partendo dall’esempio di Gesù, si potrebbe trasformare il proverbio in “abbi cura di te”! Ognuno di noi dovrebbe amarsi, conoscersi, analizzarsi, prendersi cura di sé, per non correre il rischio di inaridirsi e di spegnersi e per valorizzare la vita ricevuta gratuitamente dal Creatore.

RISCOPRIRE LE SORGENTI

Ci sono emozioni e atteggiamenti che rendono torbide le sorgenti alle quali attingiamo e condizionano negativamente la nostra vita: la paura che paralizza, la tristezza che svuota e spegne ogni energia, l’ambizione, il perfezionismo, il voler dimostrare a tutti i costi di essere capaci di fare qualcosa, il lasciarsi dominare dalla rivalità, dall’invidia, il voler controllare tutto, il pensare che il servizio agli altri serva per pagare un debito, per riparare qualcosa. A volte, a supporto delle proprie scelte comportamentali, vengono portate ragioni religiose che mascherano piuttosto la propria incapacità di affrontare i problemi e i conflitti della vita. Bisogna ritrovare le sorgenti più limpide che sono dentro di noi: sorgenti che sono in gran parte dono di Dio e frutto di tante relazioni umane.

Dobbiamo cambiare atteggiamento di fronte alle responsabilità: accettarle ma anche creare, nei loro confronti, una salutare distanza. Dobbiamo riprendere in mano l’iniziativa nei confronti della nostra vita, ma anche ricordare le azioni di Dio nella nostra storia e affidarci a lui e al suo cuore ricco di compassione. Dobbiamo arrivare a quella sorgente che viene dallo spirito, che abita nel profondo del cuore. Possiamo farlo con la preghiera, la meditazione, la liturgia, la lettura della Parola, la conversazione con coloro che amiamo, il silenzio… È lo spirito dell’intelligenza e dell’amore che ci rende capaci di essere giusti nei confronti di Dio, degli altri ma anche di noi stessi, forti nel perseguire con coraggio ciò che si ritiene giusto, temperanti nell’agire in conformità alla nostra misura, forze e debolezze comprese, prudenti per definire obiettivi e mezzi adeguati per raggiungerli, sapendo fornirci per tempo, come le vergini prudenti, dell’olio perché la nostra lampada non si spenga nel mezzo della notte.

Amarsi e aver cura di sé può essere utile perché la luce che diamo non rimanga nascosta, il sale che offriamo dia sapore alla vita di coloro che incontriamo e che desideriamo aiutare.

1. Il termine burnout indica lo stato di esaurimento emozionale provocato dallo stress per eccesso di lavoro o di responsabilità.
2. L. SANDRIN, NURIA CALDUCH-BENAGES, FRANCESC TORRALBA ROSELLÓ, Aver cura di sé , EDB, Bologna 2009, pagg. 106.

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