Missionari Iblei

Centro Missionario Diocesano – Ragusa

Fratel Paolo Giandinoto, Missionario dei Servi dei Poveri

Prima di venire a Cusco, ho lavorato in proprio per 4 anni come elettricista a Vittoria (Sicilia), la mia terra natale, dove gestivo una piccola azienda, con un buon mercato di lavoro. Credo che, se non fosse stato per la nostalgia di Dio che sentivo dentro di me, avrei continuato lì senza nessun inconveniente. Perché sentivo nostalgia di Dio? Perché da poco mi ero avvicinato alla parrocchia per partecipare attivamente alle sue iniziative e, quanto più conoscevo Gesù, tanto più volevo fare qual cosa per lui.

Prima di riincontrarmi con Gesù e di conoscerlo meglio, io vivevo agitato interiormente e mi facevo molti problemi. Frequentemente mi sentivo inferiore agli altri, non accettavo me stesso, facevo di tutto per farmi strada e progredire, ma sentivo un gran vuoto e una grande tristezza, quella di non essere quello che tanto desideravo. Non sapevo che la vera radice di tutti i miei problemi era l’assenza di Dio e il voler imitare tutti, ad eccezione dell’unico modello: Gesù Cristo. Così, solo e lontano da Dio, sprofondavo sempre più, in tutti i sensi. Gesù non era presente nella mia vita, perché l’avevo escluso da essa quasi completamente. Stando così le cose, la tormenta si faceva via via più feroce, e la piccola barca della mia vita rimaneva in balia dei flutti che la sbattevano da un lato all’altro, senza che io potessi fare qualcosa per rimediarvi. Fu allora che compresi le parole del Vangelo di San Giovanni dove Gesù dice: “Senza di me non potete far nulla” (Gv 15,5). Ma Gesù mi aspettava pazientemente.

Per mezzo della mia angoscia e del mio vuoto, Gesù bussava alla porta del mio cuore aspettando che io gli aprissi. Sapeva molto bene che non avrei tardato a farlo. Gesù non si stanca di bussare, di aspettarci e di chiamarci… Come dice la Parola di Dio: “Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Ap 3,20). Ricordo che in quel periodo mi invitarono a un ritiro spirituale di 3 giorni. Io avevo un certo timore ad andarci, ma fu tanta l’insistenza di quelli che mi invitarono, che alla fine cedetti.

Già nel corso del ritiro, mentre ascoltavo la Parola di Dio e vi riflettevo sopra, sentivo che essa penetrava sempre più nel mio cuore fino alle fibre più profonde. Inoltre mi vidi riflesso nelle testimonianze di alcuni giovani lì presenti, giovani come me e nei quali Dio aveva operato meraviglie. Il mio cuore poco a poco si aprì e le tenebre si diradarono, dissipate dal sorgere d’una nuova luce. Quell’esperienza, breve, ma intensa, riaprì un cammino e mi ridette speranza. Soprattutto sperimentai gradualmente nel mio cuore una gioia mai provata prima; una pace e una calma veramente grandi, che da allora non mi hanno più abbandonato.

Terminato il ritiro, seguirono 5 anni d’intenso cammino spirituale, durante i quali entrai ancor più decisamente nelle attività parrocchiali, tanto da diventare il responsabile dei gruppi giovanili della parrocchia. Con il passare dei giorni cresceva il mio impegno apostolico alla pari del mio amore per Cristo. Quanto più progredivo, tanto meglio comprendevo che per me non ci sarebbe più stata nessuna marcia indietro; sentivo inoltre dì dovermi impegnare di più. Nonostante la fatica che provavo, sentivo una gioia autentica: sentivo che Gesù mi colmava pienamente. Ormai non avevo bisogno d’imitare gli altri e di seguire supinamente la corrente, per esempio frequentando discoteche, passandovi notti intere fingendo di divertirmi, come del resto avevo fatto per anni.

Adesso, per farmi sentire vera mente felice e in comunione con Dio, con me stesso e con gli altri, mi era sufficiente una semplice serata trascorsa con i miei amici in Cristo. Da allora il mio cuore non smesse di ripetere costantemente queste due brevi preghiere: «Signore, che cosa vuoi da me?»; e «Gesù,fa’ di me quello che vuoi! Io già non voglio i miei progetti, ma solamente che Tu sia il Re della mia vita!».

Fu così come la mia barca, pur in mezzo ai flutti, cominciò a prendere una nuova rotta, più serena. La risposta di Dio al costante ritornello del mio cuore cominciò a far si sentire sempre più chiaramente, tanto che un giorno in cui ebbi una grande delusione amorosa aprii a caso la Sacra Scrittura e vi trovai il brano di Isaia dove il Signore dice: «Per un breve istante ti ho abbandonata, ma ti riprenderò con immenso amore. In un impeto di collera ti ho nascosto per un poco il mio volto, ma con affetto perenne ho avuto pietà dite, dice il tuo redentore, il Signore. Ora è per me come ai giorni di Noè, quando giurai che non avrei più riversato le acque di Noè sulla terra; così ora giuro di non più adirarmi con te e di non farti più minacce. Anche se i monti si spostassero e i colli vacillassero, non si allontanerebbe da te il mio affetto, né vacillerebbe la mia alleanza di pace, dice il Signore che ti usa misericordia» (Is 54,7-10). Fu così che il Signore suscitò in me un grande desiderio di amarlo.

Durante questo mio cammino di discernimento, mi si invitò a un altro ritiro spirituale. Arrivato lì, dopo la presentazione, seguita da gli avvisi e dalle avvertenze per quel breve periodo di permanenza e di vita comunitaria, tutti i partecipanti andammo a ritirare un libro di spiritualità tra i tanti che erano stati messi a nostra disposizione. In un batter d’occhio sparirono i testi classici di spiritualità, e l’unico libro che rimase fu la biografia di un missionario, il “Beato Felice Tantardini”. Si trattava d’un uomo semplice, un operaio come me. Egli stesso si definiva “il fabbro ferraio di Dio” e aveva passato circa 50 anni come missionario nello Sri Lanka. La lettura di quella biografia mi entusiasmò parecchio, per ché era semplice e curiosamente divertente, grazie alla personalità di quel santo. Era la prima volta che leggevo qualcosa sulla vita missionaria, e devo riconoscere che mi causò una certa curiosità, soprattutto perché mi vedevo riflesso in parecchi aspetti di quel l’uomo.

Al termine della settimana di ritiro, mentre passeggiavo nel bosco della casa di ritiro, pregavo e ringraziavo il Signore per tutto quello che mi aveva dato. Improvvisamente mi fermai e, profondamente commosso, scoppiai in pianto dalla gioia. Mi venne in mente quel santo missionario: non so come, pensando alla sua umiltà e alla sua perseveranza, nel mio cuore si accese una luce, e vidi chiaramente una parola: missionario. Sono sicuro che non fu qualcosa che io avessi provocato; non fu un’idea, ma una vera luce: la vidi dentro di me così, nitidamente. Fu un momento di grande tenerezza e di profonda unione con il Signore Gesù, qualcosa che poche volte ho sperimentato. Commosso, solo ringraziavo e piangevo dicendo a Gesù: «Che cosa vuoi da me, Gesù?».

L’anno seguente, 2004, non avevo ancora deciso che cosa fare durante le vacanze. Una sera, tornando a casa, trovai sulla scrivania della mia stanza un foglio con l’itinerario di un viaggio per visitare i “Servi dei Poveri” a Cusco. Esclamai sorpreso: “Che cosa fa questo foglio qui nella mia stanza?”. Mio padre sapeva che non avevo ancora deciso dove sarei andato in vacanza, e sapeva pure del mio stato di ricerca vocazionale. Ne aveva parlato con un amico sacerdote della parrocchia e questi casualmente gli aveva commentato che quell’anno sarebbe andato a visitare il P. Giovanni Salerno, il Movimento dei Servi dei Poveri e alcune del le meraviglie turistiche del Perù (che per altro io non ho mai visi tate, almeno finora). Quando mio padre udì questo, gli chiese un foglio dell’itinerario e me lo lasciò sulla scrivania. La prima cosa che pensai fu questa: “L’America!! “. Conoscere l’America era uno dei miei maggiori desideri; per questo, all’inizio, più che per il Movimento che mi era sconosciuto, io ero emozionato perché si trattava di andare per la prima volta in una regione lontana che prometteva grandi avventure. Poi, riflettendo meglio, mi resi conto che mi si offriva una buona opportunità per fare un’esperienza che mi avrebbe aiutato nel mio discernimento vocazionale. Di modo che, con non poche difficoltà dovute al mio lavoro, potei organizzarmi e accettai di realizzare quel viaggio.

Il Signore stava preparando per me qualcosa di grande, di cui non avevo la più remota idea. Quasi un mese prima del viaggio, la madre del sacerdote che lo stava organizzando si ammalò, e così lui dovette rinunciarvi per poter assistere sua madre. Con lui rinunciò immediatamente tutto il gruppo che l’avrebbe accompagnato. Io invece mantenni la decisione di viaggiare e non cambiai per nulla i miei piani.

Prima di lasciare l’Italia per il Perù, il Padre Giovanni volle incontrarsi con me. Mi fece molte domande e mi diede molti buoni consigli per ché non sprecassi quest’occasione o, come suole chiamarla lui, “questo privilegio” che mi si presentava per conoscere e aiutare Gesù povero, Gesù bambino, Gesù sofferente. Rimasi impressionato dei casi che mi raccontò di giovani che erano andati in Perù e avevano sprecato questo privilegio dell’incontro con Gesù. Già sull’aereo, abbandonando il cielo italiano, incominciai nel mio intimo un dialogo profondo con Gesù. A Lui aprivo tutto il mio cuore. Stanco di cercare, gli chiedevo con crescente fervore: «Dimmi, Gesù: che cosa vuoi da me? Fammi posto nel tuo gran Cuore!».

Finalmente arrivai a Cusco! Mi commosse parecchio vedere tutti quei bambini e ragazzi e conoscere personalmente le grandi difficoltà della missione, che adesso potevo toccare con mano. Ciò che più m’impressionò fu l’intensa vita di preghiera dei missionari, tanto che mi chiedevo costantemente: “Sarei capace io di vivere questa vita? Potrebbe darsi che il Signore mi stesse chiamando ad essere uno di loro? “.

Durante il mese che durò la mia visita, mi sembrava che tutte le letture della Messa fossero rivolte a me: parlavano di lasciare tutto, di distacco, di aver di mira le cose del Cielo. Una lettura che ricordo bene è quella del “giovane ricco”. La stessa cosa succedeva con i brani del libro dell’Imitazione di Cristo che leggevamo ogni giorno. Gesù mi stava parlando con molta chiarezza, dicendomi di lasciare tutto, senza nessuna paura.

È per questo che, dopo un mese di permanenza a Cusco, partii per l’Italia, ma deciso a ritornare. Portavo già in cuor mio il fermo proposito di lasciare tutto, quanto prima, e di tornare a Cusco per continuare con il mio cammino di discernimento, vivendo una vita di povertà, castità, obbedienza, preghiera e servizio ai poveri.

Finalmente, nel luglio del 2005, dopo un anno d’attesa, di sofferenza e di discernimento, riuscii a realizzare il mio più intimo sogno: diventare un religioso Servo dei Poveri del Terzo Mondo, libero dalle catene del mondo.

In quest’anno d’esperienza a Cusco ho potuto vivere personalmente tutte le difficoltà della vita missionaria e conoscere i miei limiti e le mie miserie.

Ho visto che le cose non si fanno con il tocco d’una bacchetta magica. Ho provato anche l’impotenza e l’insuccesso a cui ogni tanto il nostro servizio viene sottoposto. D’altra parte, m’incoraggiano le immense necessità e i grandi problemi che rimangono ancora da risolvere.

Considero come una grazia il fatto d’essere stato incaricato dei bambini più piccoli dell’internato, per ché questo mi ha aiutato molto a capire che bisogna incominciare dalle piccole cose di ogni giorno. Stando con loro, ho imparato che è qualcosa di normale il non vedere dei frutti dopo vari mesi di lavoro, e che bisogna perseverare con pazienza e coraggio, sapendo ricominciare ogni giorno, in ginocchio davanti all’Eucaristia, umiliandosi e riconoscendosi “un Servo inutile”, perché Dio è l’unico che può cambiare le cose.

Per questo, come Gesù ha fiducia in me e mi ha strappato dal fondo della mia miseria, così anch’io voglio continuare ad aver fiducia in Lui. Un giorno, mia madre mi chiese: “Perché in Perù?…”. E io le risposi: “Non lo so, ma una cosa è certa: vado lì perché è l’ultimo posto in cui vorrei andare e perché non mi attrae affatto”… Non mi fraintendete! Voglio dire che questo mi assicura che non sono venuto qui perché l’abbia voluto io, ma perché era la volontà di Dio.

Sono convinto che la forza d’aver lasciato tutto e di aver perseverato non è farina del mio sacco, ma rientra in un progetto meraviglio so di Dio del quale indegnamente faccio parte.

Gesù finalmente ha risposto a quello che gli domandavo costantemente dal più profondo del cuore: «Che cosa vuoi da me?». Vuole che al suo amore pazzo per me io corrisponda con un amore pazzo come il suo: per questo, adesso, dopo un anno di lavoro missionario a Cusco, mi sto preparando nella Casa di Formazione dei Missionari Servi dei Poveri, affinché, a Dio piacendo, possa alleviare le sofferenze dei poveri portando loro i tesori della Chiesa, che sono specialmente i sacramenti, come Sacerdote missionario.

Fratel Paolo Giandinoto

http://www.msptm.com/it/

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