Missionari Iblei

Centro Missionario Diocesano – Ragusa

VADEMECUM del Centro Missionario Diocesano. Cosa non è e cosa vuole essere

12HQLOV_900COMMISSIONE REGIONALE  DEI DIRETTORI DEGLI UFFICI DIOCESANI PER L’ANIMAZIONE MISSIONARIA

CESI Palermo, 8 giugno 2013

P. Salvatore Cardile presenta don Alberto Brignoli dell’Ufficio Nazionale Cooperazione tra le Chiese. Don Alberto è stato invitato per presentare ai Direttori Diocesani il vademecum che l’Ufficio nazionale offre a tutti coloro che sono impegnati in prima persona nell’animazione missionaria e non solo.

Don Alberto prende la parola:

Il vademecum nasce dall’incontro dei direttori a livello nazionale che si fece a Oleggio (No) nel 2009, chi di voi era già direttore era presente. Ma l’idea del “concepimento”, più che del Vademecum, dei Centri Missionari Diocesani che poi danno origine al Vademecum, naturalmente proviene da prima. Nel 2009, infatti, si celebrava il 40° anniversario della costituzione da parte della Chiesa Italiana dei Centri/Uffici Missionari Diocesani, e si voleva creare un nuovo regolamento, un nuovo statuto dei centri missionari diocesani. Riuscite a immaginare cosa vuol dire avere uno statuto redatto nel 1969 che potesse ancora essere attuale già ormai nel nuovo millennio del cristianesimo? Quindi già nell’incontro nazionale di settembre 2007 nell’Isola delle Femmine, i direttori dissero: “Puntiamo ad arrivare al prossimo incontro nazionale avendo già uno schema nuovo per questo regolamento”, cosa che in parte si fece, e poi tutto partì da Oleggio nel 2009, dove si decise da una parte di riproporre il nuovo schema di regolamento del Centro Missionario di cui parlerò poi, ma insieme anche di accompagnarlo con uno strumento, con qualcosa che permettesse ai direttori (inizialmente ai direttori di nuova nomina, e poi a quelli che già da tempo erano avviati nella pastorale) di organizzare più che un ufficio un “Centro Missionario Diocesano”, una Pastorale Missionaria, cosa ormai abbastanza consolidata, ma non in tutte le realtà del nostro paese, per cui ci sono addirittura alcune diocesi che hanno ancora l’Ufficio Missionario diocesano con l’incaricato nominato da parte del vescovo, e (sempre con un incaricato da parte del vescovo) la Direzione Diocesana o Regionale delle Pontificie Opere Missionarie. Prendo questi due aspetti un po’ come “paralleli” nella pastorale missionaria, ma che da tempo abbiamo cercato come chiesa italiana di coordinare senza unificare perché vedremo che ognuna di queste realtà ha ambiti di pastorale differenti. Stiamo cercando solo operativamente di unificarli, intorno – ad esempio – alla figura di un unico direttore: a livello nazionale è stato fatto così a partire dal 1998. Non c’è più un Direttore dell’Ufficio Nazionale di cooperazione missionaria della CEI con sede in via Aurelia e un Direttore Nazionale delle Pontificie Opere Missionarie con sede in Piazza di Spagna, ma si è unificato in una sola persona e poi in un’unica struttura pastorale che va sotto il nome di Missio, l’Organismo Pastorale della CEI per la pastorale  missionaria.

Partiamo dicendo che cosa non è questo Vademecum. Innanzitutto non è il “toccasana” della missione: con il Vademecum non si risolvono i problemi della missione. Il Vademecum non vuole neanche essere un codice di procedura della missione: magari ha un po’ lo stile dei Codici di Diritto Canonico con i canoni, ma in questo caso a una cosa non corrisponde il canone da applicare, perché il Vademecum non ha nemmeno questa funzione o questo scopo.

Così come non vuole essere l’esaltazione dell’ideale della missione: quando si programma, soprattutto, si fa un progetto missionario diocesano e quando si pensa alla pastorale missionaria ci si vuole occupare dei grandi ideali. Poi (come sempre) obiettivi e ideali si scontrano con la realtà e la vita di ogni giorno, e si riescono a realizzare dal 30% al 60% delle idee. Non vuole essere il Vademecum il modello su cui conformare le pastorali missionarie, non vuol essere lo strumento che da gli ideali della missione. Fin qui abbiamo detto cosa non è.

Che cosa allora vuole essere il Vademecum? E per che cosa è nato? Il Vademecum è il “vai con me”, l’ “accompagnami”, un compagno di viaggio. Fondamentalmente lo abbiamo concepito come uno strumento con il quale camminare insieme, qualcosa che sia, anche dalla forma, una guida, che contenga delle indicazioni pratiche per percorrere questa via della missione. Dicevo prima, ogni pastorale è in cammino per aprire nuove strade, ed è questa la cosa più importante. Allora in questo abbiamo bisogno forse di un navigatore, di qualcuno che, impostando delle coordinate, ci aiuti a capire come possiamo camminare. Forse il Vademecum può servire a questo. Con un antecedente. Chi di voi ha partecipato gli anni scorsi alla settimana di formazione dei direttori di nuova nomina che ogni anno, la terza settimana di giugno, organizziamo come Ufficio di Cooperazione Missionaria della Cei, ricorderà che in questi anni abbiamo sempre predisposto il cosiddetto “Dossier” in cui mettevamo vari dati (numero di missionari inviati all’estero, quanti sono i sacerdoti non italiani che lavorano qui, quante sono le convenzioni, ecc.) e anche alcuni elementi di pastorale missionaria, alcuni elementi base e alcune schede operative che ci permettevano di capire dove e come operare. Con questo antecedente del Dossier abbiamo cercato di costituire un po’ l’anima di questo nuovo lavoro. Il Dossier era qualcosa che tutti gli anni dovevamo aggiornare, e in parte lo facciamo ancora per quanto riguarda i dati. Ma per quanto riguarda i lineamenti, i principi e le linee, l’organizzazione del Centro Missionario, abbiamo pensato appunto ad uno strumento che durasse qualche anno in più rispetto al Dossier.

A che cosa vuole rispondere questo Vademecum? Per chi ha il testo, ci sono delle domande nell’ultimo di copertina. Abbiamo sintetizzato tutto in quattro domande:

  1. 1.    Con quali motivazioni?
  2. 2.    Con quali obiettivi?
  3. 3.    Con quali metodi?
  4. Con quali strutture operative impostare una pastorale missionaria?

Solitamente abbiamo una concezione, che forse per certi aspetti è anche praticamente così: il modello è il centro, il modello è l’Ufficio Missionario Nazionale della Conferenza Episcopale Italiana, e gli altri a livello periferico devono cercare di adeguarsi a quello. Magari a livello organizzativo può anche essere così: noi in realtà la pensiamo al contrario, cioè che comunque il modello per chi lavora è la Diocesi, dalla cui ricchezza attingiamo perché a livello nazionale possiamo avere un punto di comunione, di condivisione, di coordinazione. Si parte in realtà da quello che le varie chiese locali producono o vivono e offrono anche da un punto di vista della pastorale, e il centro non deve mai essere il modello o la guida, né voi dovete adeguarvi a quello che noi facciamo, ma in realtà il centro deve essere una cassa di risonanza di questo lavoro che viene svolto, che poi diventa comunione, condivisione, soprattutto perché chi si sente più ricco non abbia l’atteggiamento dell’autosufficienza e dell’autoreferenzialità che secondo me è qualcosa di molto pericoloso. Nel Centro Missionario Diocesano penso sia importante sapere che cosa già si muova, sia a livello locale sia a livello nazionale. Abbiamo fatto il calcolo di quante sono tra Centri Missionari diocesani, associazioni, istituti, le realtà che si occupano della missione in Italia, e all’interno della chiesa cattolica sono circa 600 .

Per chi abbiamo scritto questo Vademecum? I primi destinatari del Vademecum sono i nostri vescovi, perché comunque i primi responsabili della pastorale, di ogni ambito pastorale. E questo ci tengo a ribadirlo con forza, perché lavorare a prescindere dalla cooperazione con in nostri pastori non porta assolutamente a nulla e non ha assolutamente senso. Magari il nostro vescovo non crede molto alla missione “ad gentes”: bene, noi allora lo aiutiamo a fargli vedere un nuovo aspetto, diamogli degli stimoli. Però è anche vero che il vescovo è colui che ha uno sguardo più globale della realtà della chiesa. Magari ogni vescovo riceve da parte di ogni direttore di ogni ambito pastorale degli stimoli perché la sua diocesi incrementi un po’ la pastorale di quel tipo: quella missionaria, quella caritativa, quella dei migranti… Ma il vescovo è chiamato ad avere uno sguardo d’insieme nella pastorale e quindi ad animare i vari settori della pastorale. Questo sguardo d’insieme è ciò su cui voglio cercare d’insistere, e ciò per il quale abbiamo scritto innanzitutto questo Vademecum, che è stato approvato dai nostri vescovi in questo senso, e cioè mostrare che la pastorale missionaria non sia vista come una delle tante cose da fare. Nelle varie attività che facciamo in una parrocchia o in un gruppo di giovani, possiamo avere uno stile missionario: la pastorale missionaria è diretta proprio a questo. Quando una parrocchia ha un volto missionario, ce l’ha non perché raccoglie i fondi della Giornata Missionaria da destinare al missionario X o Y, ma perché ha un atteggiamento di apertura nei confronti dell’altro, l’altro che può essere diverso da te per la religione, diverso da te per la traiettoria di fede che ha avuto: avere un atteggiamento missionario per la pastorale missionaria significa proprio lavorare con questo stile. Figuriamoci se i nostri vescovi, i nostri pastori non hanno un atteggiamento missionario, anche solo per il fatto stesso di essere presenti nelle varie parrocchie, nelle varie situazioni: è ben difficile trovare vescovi che non hanno una sensibilità missionaria per la loro diocesi. Che poi si scontrino con delle realtà difficili per l’animazione della pastorale missionaria, pure questo è vero. Molti vescovi mi dicono che vorrebbero avere dei missionari laici formati per questo, ma che poi devono fare i conti con le realtà in cui vivono. Questo non vuol dire che quella non sia una chiesa missionaria. La chiesa missionaria come dicevo prima, non si basa sul numero dei missionari che partono o sulla raccolta di fondi che hanno, ma appunto su questa sensibilità e su questo stile di apertura e di accoglienza. In comunione con i vescovi, poi, è chiaramente questa guida che noi abbiamo mandato loro, e che non è fatta per stare su una scrivania: chi deve usare questa guida sono proprio i loro collaboratori diocesani e tutti coloro che hanno a che fare con la pastorale missionaria diretta. Quindi, persone che nella concretezza della vita di ogni giorno si occupano di questa pastorale. È stata data prima di tutto ai vescovi, e poi ai CMD: qualora ci siano CMD che vogliono altre copie possono chiederle liberamente. Stiamo anche pensando alla versione on line da scaricare.

A chi, anche, è destinato? Il Vademecum è rivolto anche e soprattutto a chi lavora nelle diocesi dunque i direttori e i loro collaboratori, e anche a tutti coloro che hanno a cuore la missione e che vogliono fare animazione missionaria, a condizione che la persona che utilizza questo Vademecum vada di pari passo con l’ufficio di pastorale missionaria presente in diocesi. Il centro missionario dovrebbe avere la funzione di coordinare e coinvolgere le varie realtà. I direttori che sanno che nella propria diocesi sono presenti altre realtà che hanno a cuore la missione, dovrebbero farsi presenti in queste realtà, non perché queste devono lavorare agli ordini del CMD, ma perché si possa garantire una collaborazione ottimale. Se ad esempio si organizza la Giornata Missionaria Mondiale, non è concepibile che il CMD la celebri nel giorno stabilito e un’altra parrocchia o centro la organizzino per fini propri in un altro giorno. Se cominciamo a disperdere le varie forze che abbiamo, a che vale? Se ad esempio la prendiamo dal punto di vista economico, con le varie giornate di raccolta di fondi, la gente che viene messa di fronte a molteplici richieste, non riesce più a dare nulla, soprattutto in questo periodo di crisi,.

Quando facciamo un buon monitoraggio delle varie realtà che lavorano nella nostra diocesi dobbiamo fare anche una scrematura, in quanto ci rendiamo conto che non tutto è missione. Dobbiamo dare al termine “missione” il suo vero significato, che non è realtà di volontariato ma è evangelizzazione; non è una realtà che compie atti filantropicamente lodevoli, ma è una realtà che porta il Vangelo, e che è dunque ecclesiale. Le realtà laiche di volontariato e di cooperazione internazionale non possono spacciarsi per realtà missionarie: la missione ha una configurazione nettamente ecclesiale, perché è legata all’annuncio del Vangelo che molte realtà, non di ispirazione cristiana, non hanno.

C’è a volte il problema che molte giornate di raccolta fondi sono vicine tra di loro: quali sono le Giornate con raccolte di fondi a destinazione obbligata? Ve ne sono due a livello mondiale, una a livello nazionale e una a livello diocesano. A parte quella della Carità del Papa, di Mondiale c’è la Giornata Missionaria; poi a livello italiano c’è la giornata dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, e quella diocesana è per il Seminario. Tutte le altre sono di sensibilizzazione e non comportano la destinazione obbligatoria di fondi: mi riferisco ad esempio a quella dei Migrantes, a quella delle Comunicazioni Sociali, ecc.… Neanche il 6 gennaio (POIM) ha di per sé obbligatorietà di destinazione dei fondi. Se tutte le nostre parrocchie facessero la Giornata Mondiale Missionaria sarebbe già un buon passo per il fondo di solidarietà universale.

Come viene visto il rapporto tra ONLUS e CMD? Molti CMD hanno una propria Onlus per raccogliere fondi: questo è un bene? Molti anni fa, quando cominciarono a partire i laici per la missione, c’era una distinzione abbastanza netta tra i sacerdoti o le religiose, che partivano per evangelizzare, e i laici che invece partivano con obiettivi diversi – sociologici – ma pur sempre cristiani. Allora si è pensato per i laici che partivano dal loro Centro diocesano e facevano esperienza di missione, di creare progetti che permettessero di raccogliere fondi, purché legati al loro CMD. Così sono nate le ONLUS all’interno dei CMD: l’unico modo per fare continuità tra CMD e ONLUS è quella di avere il direttore del CMD come Presidente della ONLUS. Questa cooperazione può funzionare così come può rompersi: il segreto sta nella chiarezza degli Statuti, nel mettere in chiaro le cose prima di iniziare. Il Vescovo deve esserne al corrente, in quanto deve conoscere chi sono i missionari laici della sua diocesi che partono con una ONLUS diocesana. Ricordiamoci che l’ ad gentes è un fatto vocazionale, ma la missionarietà viene dal battesimo.

 

Direttore di Palermo ( Bisogna specificare cosa significa missione anche all’interno ecclesiale, e non solo per l’UNICEF o altri. Non bisogna cadere nell’equivoco che tutto sia missione e mettere l’etichetta missione a tutto. Soprattutto nell’impostazione pastorale bisogna chiarire molto, perché se tutto è missionario, allora il problema pastorale è proprio questo, bisogna cercare di chiarire cosa sia missione.)

 

Più che analizzare il contenuto del Vademecum, vediamo un po’ il contesto in cui è nato e deve operare. Abbiamo parlato dello statuto dei CMD. A Oleggio è nata la necessità di riformare questo statuto dei CMD del 1969. Quando abbiamo preso in considerazione questa possibilità e ne abbiamo parlato all’interno della Commissione Episcopale, e poi nel Consiglio Permanente della CEI (perché è il Consiglio Permanente che ne da l’approvazione) da subito ci è stato detto di cambiare la terminologia. È stato uno stimolo interessante: “Statuto” dava un po’ l’impressione di una costituzione legata a qualcosa di autonomo, come una fondazione, una associazione, e il Centro Missionario Diocesano non è né l’una né l’altra.  Allora è stato proposto di chiamarlo (e non è solo una questione di nomenclatura) “Schema di regolamento”. Perché “Schema”? Perché da una parte può essere un punto di riferimento col quale indirizzare la diocesi ad avere un proprio punto di vista nella gestione del CMD, ma dall’altra parte va lasciata la totale libertà al vescovo e ai suoi collaboratori che si occupano della pastorale missionaria di poter anche creare un proprio regolamento. Quindi lo schema di regolamento (che poi è nato nel giugno dello scorso anno) è stato approvato con questa finalità. È ben preciso, è ben puntuale nelle finalità, ma è sempre uno schema-tipo di regolamento, quindi la diocesi può benissimo prendere quello schema e rivederlo secondo le proprie necessità, secondo la propria situazione e soprattutto secondo le linee pastorali che quella diocesi detta, in quanto corrispondono alla realtà nella quale la diocesi si trova.

Il Vademecum è nato appunto come strumento per favorire questo nuovo schema di regolamento, prima di tutto per favorire la cooperazione e la coordinazione, ricordandoci sempre che siamo inseriti nel contesto di una chiesa locale in collaborazione con tutti gli altri ambiti della pastorale. Il Vademecum deve favorire la cooperazione con quegli ambiti che sono molto affini alla pastorale missionaria, ad esempio la pastorale giovanile. Abbiamo, ad esempio, cercato di dare alla giornata mondiale della gioventù a Rio un carattere missionario. Pensiamo, oltre che agli uffici più affini come Caritas, Migrantes e Pastorale Giovanile, anche agli altri uffici. Perché un ufficio missionario non può entrare in collaborazione con l’ufficio liturgico?

Il contesto nel quale nasce il vademecum è anche il contesto nel quale vogliamo immetterci, che sono le due prospettive di inserimento: il convegno della Chiesa Italiana di Firenze 2015 e il Convegno Missionario Nazionale del 2014. Abbiamo questi due appuntamenti importanti per la nostra chiesa in Italia. Il primo è quello di Firenze, primo non cronologicamente, ma primo perché è quello che ci stimola di più. Il convegno ecclesiale nazionale, che viene circa 10 anni dopo quello di Verona e si trova a metà del decennio degli orientamenti pastorali, sarà a Firenze dal 9 al 13 novembre 2015.  Nell’ultima Assemblea Generale dei Vescovi sono state messe a punto un po’ di strategie: il tema sarà quello di rilanciare le fonti dell’umanesimo sociale. Nel precedente Consiglio Permanente della CEI sono state date delle linee per coordinare, perché si sottolineava come il convegno ecclesiale di Firenze voglia appunto rilanciare le fonti dell’umanesimo sociale nel contesto della modernità, ma ci chiede di esserci dentro come credenti e quindi portatori di una parola decisiva circa l’umano. Come possiamo, dunque, non essere coinvolti noi dal punto di vista missionario e dell’evangelizzazione? “Portatori di una parola decisiva circa l’umano”: è proprio quello che la nostra pastorale missionaria cerca di trasmettere.

Senz’altro dobbiamo metterci nella prospettiva che il convegno di Firenze sarà un convegno in cui la pastorale missionaria può aiutare tutte le altre pastorali in modo fondamentale. Lo facciamo creando un momento precedente a questo, ossia il nostro Convegno Missionario Nazionale che viene a 10 anni esatti dall’ultimo Convegno Nazionale, quello di Montesilvano del 2005: sarà dal 24 al 27 novembre 2014 probabilmente a Roma (successivamente, la Segreteria Generale della CEI fissa le date e il luogo definitivo a Sacrofano, Roma, dal 20 al 23 novembre 2014, n.d.v.) L’obiettivo generale del Convegno sarà di rilanciare la dedizione dei singoli e delle comunità sulla “Missio ad gentes”. Ci sarà una fase preparatoria in cui raccoglieremo dei dati a livello periferico: la faremo partire il 4 luglio 2013, con la commissione preparatoria di questo convegno nazionale, e lì stabiliremo alcune scadenze. La scadenza iniziale sarà quella di partire da settembre-ottobre con un lavoro a livello periferico di raccolta dati, di elaborazione dei dati (quanti missionari abbiamo, cosa vorrebbe fare un CMD…). Ci serve avere un’analisi dei dati, qualche sociologo ci aiuterà anche a rielaborarli e a vederne le prospettive. Soprattutto, vorremmo ottenere una verifica su tre temi: missione e incarnazione, missione e rivelazione, missione e scambio.

– Missione e incarnazione: le strade del mondo, sono le strade della missione della chiesa, ed è qui che si inserisce il discorso della nuova evangelizzazione. Punteremo molto sul tema della strada, non solo dal punto di vista visivo, ma anche e soprattutto come luogo degli incontri con gli uomini del nostro tempo. La gente che evangelizziamo non è più nelle nostre chiese, la gente per essere evangelizzata non viene più in chiesa.

– Missione e apocalisse/rivelazione: l’apocalisse di Giovanni sarà un po’ il testo che ci aiuterà a vedere la condizione di crisi, di persecuzione, di debolezze nella quale ci troviamo, ma a vederla anche come una forza.

– Missione è scambio: rafforzare questo aspetto di cooperazione tra le chiese, anche sulla base dello stimolo di quello che dicevamo prima. Facciamo partire dall’Italia 520 sacerdoti Fidei Donum, e abbiamo in Italia 1420 Fidei Donum non italiani: qual è la chiesa missionaria? E qual è il territorio di missione? Allora anche sulla base di questo rileggeremo il discorso di scambio tra le chiese, di missione cooperazione.

In questo Convegno lavoreremo molto sull’ascolto della Parola, con la lectio e la preghiera, e sull’ascolto dei dati raccolti. Chiederemo alle chiese che ancora fanno fatica a portare un progetto missionario diocesano di crearne uno in occasione del convegno, e infine verrà dato un mandato. I tre ambiti di cui sopra fanno parte della fase preparatoria al convegno, e verranno fatti a livello periferico. Questa fase dovrebbe occupare la parte immediatamente precedente al Convegno, tra marzo ed estate 2014: dovrebbe essere il lavoro che si fa a livello regionale e diocesano. Chiederemo alle diocesi e alle commissioni regionali di lavorare con noi, sia nell’elaborazione dei dati, che dovrebbe essere nel periodo precedente, sia in questo aspetto. Poi l’estate 2014 occuperà la commissione a livello centrale nell’elaborazione dei dati che vengono dalle diocesi, per arrivare al convegno con qualcosa di pronto.

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