Missionari Iblei

Centro Missionario Diocesano – Ragusa

La lingua di Caino e la lingua di Abele

IL PARROCO DI BOZZOLO CI PREPARA A VIVERE LA FESTIVITÀ DEI SANTI E LA COMMEMORAZIONE DEI DEFUNTI

I santi e i morti

negli scritti di don Mazzolari

Secondo don Primo, il santo è il «capolavoro di Dio, la cattedrale di Dio». Si tratta di non concentrare l’attenzione solo sul risultato finale, dimenticando il percorso verso la santità. Se i santi sono i “nostri maestri”, anche i defunti lo sono. L’episodio della moneta dell’aldilà e di due linguaggi. Come parroco, don Mazzolari si chiede cosa serve andare al camposanto se non si coltiva la fede nel Risorto.

Nell’omelia della festa di Ognissanti del 1933 don Primo Mazzolari definisce la santità una «bontà un po’ più su della solita bontà della buona gente». La santità serve «a far stare in piedi il mondo; è il lubrificante di un meccanismo spaventoso; è la forza ricostruttrice di fronte alle forze demolitrici». La santità non è una connotazione morale, ma il frutto della grazia di Dio nella persona umana e nella chiesa. Il santo è il «capolavoro di Dio, la cattedrale di Dio». Nulla è da confrontare fra gli splendori del creato a un’anima buona. L’incarnazione prova che a Dio sta più a cuore un’anima che ogni altra realtà del creato. Il santo si fa attraverso l’incontro di due amori: l’amore di Dio e l’amore di un po’ di polvere. Il disegno e la volontà di Dio su ognuno di noi è che noi diventiamo santi, è il nostro destino.

La virtù è luminosissima e agisce con efficacia. Quanto risente dell’ispirazione cristiana ricrea veramente e fa respirare. Il vangelo è lievito. La santità è «anormalità. C’è nella santità un’irragionevolezza spaventosa. Chi ragiona, nel senso piccolo della parola, non diventerà mai un santo; bensì un pedante, uno scocciatore. Niente di più fuori di posto che cercare delle teorie di santità. I santi sono dei capolavori della grazia di Dio. Vorrete mettere forse delle regole, delle misure allo Spirito che soffia dove vuole?».

Secondo don Mazzolari, l’importante è non concentrare l’attenzione solo sul risultato finale, dimenticando il percorso verso la santità. Occorre “ridonare l’animo al santo”, cioè farlo vivere nel suo sforzo di purificazione e di espiazione, cogliendo che non c’è nulla di inumano e di antinaturale in lui.

La santità comincia sempre dall’evangelico: “Va’, vendi ciò che hai”. Senza questa preliminare valutazione sul valore dei beni di questo mondo, non c’è libertà, sapienza e vera esperienza di fede. Ci si mette alla ricerca di Dio quando si è presa distanza dai piccoli e brutti padroni del presente; quando non si cerca più la terra, si arriva a poter alzare gli occhi al cielo. Nel regno di Dio “non si entra con lo zaino”. Un secondo elemento importante sulla via della santità è l’amore alla persona di Cristo. Non si sta senza “padroni”. L’uomo non basta a se stesso, ha bisogno di “seguire” qualcuno, ma «il padrone migliore è Gesù».

Il terzo fattore comune ai santi è amare e servire Cristo nei fratelli. Egli è presente nei fratelli e specialmente nei poveri. Si ama Gesù volendosi bene vicendevolmente.

Il primo gradino della santità consiste nell’accettare con spirito umile e penitente la propria condizione interiore, di trasporto o di freddezza, in rapporto all’obiettivo finale che è la purificazione e l’elevazione del cuore. L’oscurità e la fragilità testimoniano più chiaramente l’affidamento al Signore. Perché più che i doni del Signore, dobbiamo cercare il Signore. Il “desiderio di Dio” è la molla dell’autentica santità.

La santità viene posta in circolo ed è ricchezza comune. «Non si può vivere in egoismo nella famiglia spirituale. Quello che uno guadagna spiritualmente viene unito ai meriti di Gesù e ricade in benedizione anche sugli altri. Questa consolante certezza si chiama comunione dei santi. Santi? Sì, i cristiani: quelli che sono uniti in comunione con Gesù e con la chiesa. Quando non si è in comunione con Gesù e con la chiesa, non si riceve e le comunicazioni sono interrotte. La comunione dei santi abbraccia vivi e defunti, purgatorio e paradiso. Le tre chiese (militante, purgante e trionfante) sono una sola chiesa: soffre, combatte e prega».

A chi gli parla di “spiritismo” per mettersi in comunicazione con i trapassati, don Mazzolari risponde di preferire il suo «non sapere nulla all’infuori di quanto rivelato dal vangelo e insegnato dalla chiesa». Quello che offre la fede della chiesa nella comunione dei santi, cioè lo scambio misterioso ma reale attraverso Gesù Cristo tra la vita di quaggiù e di lassù, «è bastevole se non per la mia curiosità, per la continuità e tranquillità della mia vita affettiva».

I santi “nostri maestri”

Per la Solennità dei santi del 1928 don Primo denuncia l’errata consuetudine di accedere ai santi come a degli avvocati o ad aiuti deresponsabilizzanti il credente. Bisogna andare dai santi come dai «maestri, per imparare a diventare buoni, senza deleghe e sostituzioni». La vita dei santi obbliga a pronunciare il nome di Dio non come quello di un morto, ma di un vivente. Nei santi non si manifesta il Dio impersonale. Il Dio che edifica queste “cattedrali viventi” non può essere una fantasia dell’immaginazione umana! Senza Dio, il santo è «un assurdo, una pazzia». Infine la vita dei santi obbliga a porsi non solo di fronte a Dio, ma anche di fronte all’uomo: la potenza e la debolezza.

Nell’omelia di Ognissanti del 1933 don Mazzolari abbozza una sequenza di intuizioni, bisognose di approfondimento: credere alla santità significa riconoscere che Dio c’è ed è presente; non si può diffidare di tutti, il “santo” è a portata di mano; diventare buoni è possibile e va sfatato l’alibi che è difficile.

La chiesa indica i santi per incoraggiare ad imitarli: l’unica tristezza consiste nel non essere santi; tra la santità passata, presente e futura c’è continuità, avendo la stessa sorgente, e l’una aiuta l’altra (la comunione dei santi). Nell’omelia vi è un breve accenno alle beatitudini, come grandi strade della libertà, e alla maggior facilità odierna ad essere santi.

I santi sono «la faccia del Signore», qualcuno degli infiniti aspetti del suo adorabile volto. Di qui la varietà infinita nei santi: la santità è libertà. L’imitazione di Cristo è un campo senza limiti e senza strade: ognuno deve farsi la propria strada, sviluppare l’immagine seminale del Cristo che la grazia gli ha messo nel cuore. I santi sono tutti unici, non si copiano: ognuno ha una forma di virtù, un’anima propria di santità. I santi, con Cristo, non si ripetono; si fanno rivivere. Ognuno è chiamato a porsi la domanda: “Che farebbe Gesù al mio posto, qui ed ora”? Il Cristo vive in noi nella misura in cui egli domina tutto in noi, facoltà e attività: quando in noi tutto viene da lui, quando pensiamo come lui e vogliamo ciò che egli vuole e tutto a lui sottomettiamo, allora regna in noi. La santità è il suo completo dominio in noi. L’importante, infatti, non è cambiare intorno a noi, ma rendere la propria natura libera al di dentro, anche a costo di essere soli in questa avventura. La santità è «aratura di se stessi», che genera pietà verso chi non cammina sulla medesima strada e riconoscenza a Dio per il privilegio avuto.

Per don Mazzolari i santi sono nostri fratelli: sono fango, su cui si è piegata la grazia, a cui il fango rispose: sono disponibile! I santi sono i più umili e i più consapevoli della propria condizione di peccatori. I peggiori sono coloro che si ritengono più buoni, perché hanno rotto lo “specchio”, Cristo, con cui confrontarsi. I santi sono i più grandi “debitori”, perché riconoscono il loro debito verso Dio, il quale fa ancora credito.

Secondo don Primo, il santo in Cristo è anzitutto un “espiatore”: per questo il dolore è l’azione più bella. Il santo espia per sé, in quanto peccatore ed esposto al contagio del male, ed espia per gli altri, offrendo per loro la propria vita. È l’applicazione della passione di Cristo, perché gli uomini hanno bisogno di qualcuno che paga i debiti col Signore. I santi sono «gli spazzini dell’umanità. Se sorgeranno, l’umanità si salverà per pochi buoni, altrimenti non so a quali conclusioni andremo incontro. L’alba del mondo nuovo è data dal moltiplicarsi di anime che diventano un olocausto. Perché non basta essere dalla parte della verità, ma occorre operare con lo spirito e il metodo della verità, la quale non dispensa da alcuna fatica».

I defunti “nostri” fratelli

Secondo don Mazzolari, i defunti non sono ombre; sono la realtà, noi siamo nell’ombra, la vita vera è di là. Il loro giudizio ci deve interessare perché sono nella luce e non possono ingannarsi né ingannare, avendo compiuto l’esperienza.

Il pensiero della morte ha sempre accompagnato il parroco di Bozzolo, toccato profondamente dalla perdita del fratello Peppino al fronte e dai tanti caduti incontrati come cappellano militare. Nell’ottobre del 1949 scrisse: «La morte è un mistero che sgomenta: ed io pure ne sono spaventato sempre. Poi, ci vedo “il resto” e mi abbandono a un mistero che non può non essere buono per il fatto che io non lo capisco. Per non lasciarci travolgere bisogna andare “di là” con chi va, invece di fissare il vuoto che è rimasto “di qua” e che cerca d’inghiottirci».

Nell’omelia del 2 novembre 1927 don Primo definisce il cimitero «la prima chiesa del villaggio, cioè una scuola, una casa di giustizia e una casa di riparazione. Se anche tacessero le campane sul campanile, se la chiesa domani non fosse più e il prete non potesse più parlare, finché rimarrà il cimitero in un paese, Dio avrà il suo profeta e la religione i suoi preti. Perché i morti sono i profeti e gli angeli di Dio, i quali gridano a noi: fratelli la vita non è qui, ma lassù».

La spiritualità maturata da don Mazzolari è stata cristologica, centrata sul Crocifisso. La morte non è il traguardo di una vita che finisce, ma il punto di partenza di una vita che incomincia davvero: «Bisogna morire, se vogliamo rispondere bene e completamente alle nostre attese».

La contemplazione del mistero pasquale fa riflettere Mazzolari sul tema dell’agonia. Cristo è l’agonizzante, «il lebbroso dell’amore per l’uomo», il rifiutato. Quaggiù ogni vita è un’agonia: l’agonia è il retaggio di ognuno. Tutto è conquista, tutto domanda sforzo e dolore: dall’aria al pane, dal sapere alla bontà… Ma «questa non è la tua agonia, Signore. Tu muori per guadagnarti il diritto di dare…». Ogni persona (ricco o povero, servo o padrone, oppresso o tiranno, italiano o di altra nazionalità) è un predestinato a Cristo; infatti, nessuno può sfuggire al suo sguardo, alla sua parola, alla croce. Ogni persona, infatti, è schiacciata dal mistero dell’agonia e della morte, che la sospinge sempre più dentro di sé e verso l’eterno: due dimensioni che esprimono l’altezza e l’orrore del Calvario.

Il 2 novembre 1925 don Mazzolari scrive nel Diario: «Ecco chi ci viene incontro, oggi: la morte! Non illudetevi di poterla scansare: l’avete tenuta lontana per un anno, con ogni cautela dai vostri pensieri. Ed ora, eccovela davanti, la morte, com’è… Per dire a voi che morirete tutti, presto o tardi non importa, che fra meno di un secolo quanti son qui non ci saranno più, ci vuole un profeta? Occorre aver studiato?… Chi ci perdonerà di aver soffocato la parola ai nostri morti? Essi non ci domandano preghiere: lo sanno bene che molti di noi non sanno più pregare. Per loro non contano né i vostri denari né le vostre cose. Non voi dovete dare ad essi. Sono loro che ci vogliono fare la carità, che vogliono metterci nel cuore una verità che un giorno anch’essi avevano dimenticato e fu l’errore più grande della loro vita. Ecco la carità dei nostri morti: “Figliuoli, si muore e c’è Qualcuno dietro la morte”. Aprite la vostra anima per raccogliere questa verità che i morti vi ricordano, oggi. Uscendo di qui, prima di soffocare la voce, pensateci. Potreste scrivere anche la vostra eterna condanna».L’amore è prova di immortalità: poco ama chi non si sente eterno.

 

La moneta per l’aldilà
e i due linguaggi

Il 1° novembre 1957 don Mazzolari tenne un’omelia, che risentiva della morte improvvisa di Vittoria Fabrizi de Biani, nella sua canonica, il 27 ottobre. Certamente efficace l’immagine utilizzata: la moneta italiana, quando ci si reca in un altro paese, non vale: bisogna fare il cambio. All’altro mondo niente vale di questo denaro che noi abbiamo messo insieme. È anche inutile far stampare dei biglietti da visita e aggiungervi delle piccole vanità che rappresentano qualche cosa davanti agli uomini ma non valgono niente davanti a Dio. «Nulla tiene!.. Io sono uno “zero” quando mi presento di là: voi, perdonatemi, siete altrettanti “zeri”. Allora, vedete, davanti all’uomo buono, di questa bontà che è una briciola, Dio, con le mani forate del suo Cristo, ci mette un “uno”. Egli ha tracciato, davanti ai miei “zeri”, il valore, l’unità: “uno”. Ecco, il cambio è avvenuto. Chi c’era lì, all’ufficio del cambio? Non ci avete mai pensato? Forse vi siete dimenticati d’incontrarlo… Guardate che bisogna tenere delle buone relazioni con quelli che sono al di là della frontiera, all'”ufficio cambio”, dove vale solo la bontà e la sua misericordia. Si chiama Cristo!».

Un’altra immagine è il linguaggio degli uomini, che si divide soltanto in due lingue: quella di Abele e quella di Caino. Ma nel mondo di Dio c’è soltanto una lingua che tiene: quella di Abele. È il fratello che vuol bene e parla da fratello, non fa mai la voce grossa e il prepotente, non minaccia mai e non ha una parola di odio. L’invito è a domandare ai nostri morti «ad apprendere questo linguaggio, perché, dopo averla domandata ai nostri morti la chiave di questa grammatica nuova, che il Signore ha portato in questa terra, non faremo fatica ad imparare il linguaggio che si parla in paradiso: è il linguaggio di ogni nostra preghiera, che è una preghiera di invocazione, di misericordia e di bontà, è il linguaggio di coloro che si vogliono bene, perché in paradiso finiremo per volerci male e ci vorremo bene per sempre».

Lo sguardo al futuro ultimo e al mondo di Dio illumina e converte il presente: «Ma non sapete che di là il mio e il tuo non esistono? Incominciate a prendere la preghiera che Gesù ci ha insegnato: “Padre nostro… pane nostro”. Ecco, mio e tuo non ci sono più… ecco, o miei fratelli, la perfetta uguaglianza nel possesso del Signore! E allora, quando si possiede il Signore, si possiede tutto!» (Discorsi, 397-398).

Dopo tanto amore ricevuto, è possibile dimenticare i propri morti, non fare una preghiera? «L’ingratitudine umana non arriva a questo eccesso: i secoli hanno pensato a questo giorno, la pietà lo ha adornato, la religione consacrato. Oggi prega l’uomo che piange, prega e piange la natura moribonda. Tutto è pianto, tutto è preghiera!».

 

I defunti
speranza nell’aldilà

Come parroco, don Mazzolari si chiede cosa serve andare al camposanto se non si coltiva la fede nel Risorto. I defunti costituiscono la ragione della consolazione e della speranza di chi è ancora pellegrino nel tempo. Chi ha dimenticato Dio per tanto tempo ha bisogno di ritrovarlo vicino alle soglie dell’eternità! È l’unica certezza, l’unica cosa ferma, questa mano di morente che prende la mano di colui che ci garantisce che di là c’è qualcuno che ci aspetta! C’è una misericordia che fa dimenticare tutte le colpe e nella quale un giorno ci ritroveremo con tutti coloro che siamo costretti un momento a lasciare… Quando non si può più dare nulla ai propri cari, resta solo la “speranza”.

Pur avvertendo talvolta il senso di colpa verso i propri parenti per il comportamento tenuto quando erano in vita, se, nell’ora estrema, si potrà mettere nel loro cuore il lievito di speranza e di disposizione verso l’eternità, essi ci benediranno. Da loro abbiamo ricevuto la vita: restituire la vita eterna vuol dire confermare un vincolo. Allora troveremo che «in ogni morte, anche la più dura a portare, c’è la presenza del Cristo, che prende figura nello strazio di un povero volto, baciandolo. Dopo che l’avrete preparato a morire, sentirete di baciare il volto del Signore» (Discorsi, 393-396).

Nell’omelia della vigilia del 2 novembre 1956, don Mazzolari invita non a pregare per i defunti, ma ad invocarli per i vivi, per questo povero mondo che sta di nuovo riprendendo la strada della follia. «Loro sono i santi di casa nostra, sono le anime care che vedono meglio di noi e ci sono dentro quelli più vicini a noi, ci sono dentro anche coloro che hanno più sofferto nell’altra e in questa guerra. Ci sono i nostri poveri soldati silenziosi, eroici, sacrificati; ci sono le loro mamme, le loro vedove e i loro orfani. Si può dire che tutto il nostro cimitero ha una piaga nel cuore creata dalla guerra… Io prendo tutta la vostra pena, tutto il vostro martirio, tutta la vostra speranza e, prima di portarla all’altare, la metto nelle mani dei nostri morti. Parleranno per noi a Dio» (Discorsi, p. 375.377).

Ricordando i trecento preti uccisi da fascisti, nazisti e comunisti dal 1943 al 1948 nel triangolo della morte dell’Emilia, don Mazzolari ha scritto Anche i preti sanno morire, un testo che termina con queste parole: «I cimiteri non lanciano sfide: nessuna voce di vendetta sale da questo calvario su cui la croce disegna un perdono senza fine. Non gridano i nostri morti: attendono in pace l’ora della pace, quando, spezzata la spirale degli odi e delle vendette, qui riposeranno insieme i morti che non hanno odiato e i morti che hanno creduto di poter salvare la patria e il popolo uccidendo chi non poteva odiare… Sul tuo sepolcro appena chiuso, o Signore, già splende la luce della pasqua. Pur chi non crede cammina nella luce del tuo sepolcro glorioso, dove la vita ha vinto la morte, e l’amore l’odio (Discorsi, p. 127).

La morte è un fatto naturale; la risurrezione di Cristo è di ordine soprannaturale. Per constatare il primo bastano i sensi; per accettare la risurrezione i sensi non bastano, ci vuole la fede, cioè riconoscere che la nostra maniera di vivere è sbagliata, conduce alla morte, e avvertire che l’unica via di salvezza è quella offerta dal vangelo. La solidarietà del soffrire è poca cosa se non ci mettiamo il fondamento della vera solidarietà: il Signore crocifisso in ogni sofferenza.

 

Il “testamento spirituale”
di don Mazzolari

Nel suo testamento spirituale egli chiede scusa alla sua gente di non averle dedicato tutto il suo tempo: ma al funerale si vide che non c’era stato il più piccolo angolo della parrocchia che egli non aveva visitato; anche i cosiddetti “lontani” si sentirono a lui vicini.

Il suo testamento è una pagina stupenda, che sintetizza tutto il suo stile di vita: «Chiudo la mia giornata come credo di averla vissuta in piena comunione di idee e di obbedienza alla chiesa… So di averla amata e servita con fedeltà e disinteresse completo… Non possiedo niente. La roba non mi ha fatto gola e tanto meno occupato. Non ho risparmi, se non quel poco che potrà sì e no bastare alle spese del funerali che desidero semplicissimi, secondo il mio gusto e l’abitudine della mia casa e della mia chiesa. Dopo la messa, il dono più grande: la parrocchia… Lo stesso amore mi ha reso a volte violento e straripante… Ho inteso rimanere in ogni circostanza sacerdote e padre di tutti i miei parrocchiani…».

Senza desiderare la morte, per la stanchezza don Primo sente ormai familiare il pensiero di poter riposare nella misericordia di Dio, confidando che la giustizia di Dio sarà placata dalla preghiera di quanti gli hanno voluto bene. Ormai è proiettato al futuro ultimo: «Di là sono atteso: c’è il grande Padre celeste e il mio piccolo padre contadino. La Madonna e la mia mamma. Gesù morto per me sul Calvario e Peppino morto per me sul Sabotino. I santi, i miei parenti, i miei soldati, i miei parrocchiani. I miei amici tanti e carissimi. Verso questa grande casa dell’eterno, che non conosce assenti, m’avvio confortato dal perdono di tutti, che torno a invocare ai piedi di quell’altare che ho salito tante e tante volte con povertà sconfinata, sperando che nell’ultima messa il sacerdote eterno, dopo avermi fatto posto sulla sua croce, mi serri fra le sue braccia dicendo anche a me: “Entra anche tu nella pace del tuo Signore”».

 

don Luigi Guglielmoni

Mazzolari P., Diario 1927-1933, III/A, EDB 2000, p. 203.

Mazzolari P., Diario 1916-1926, II, EDB 1999, pp. 562-563.

Diario 1916-1926, p. 525.

Diario 1927-1933, p. 563.

Diario 1927-1933, p. 678.

Diario, 1927-1933, p. 93.

Mazzolari P., Diario 1925-1926, EDB 1974, pp. 781-786.

Mazzolari P., Discorsi, Ed. critica a cura di P. Trionfini, EDB 2006, pp. 390-392.

Diario 1925-1926, p. 120. Per la bibliografia si sono utilizzati in quest’articolo le seguenti opere di Mazzolari: Diario 1925-1926, EDB, Bologna 1974; Discorsi(ed. critica a cura di Paolo Trionfini), EDB, Bologna 2006; Anche i preti sanno morire, EDB, Bologna 1967,1984; Pensieri dalle lettere, La Locusta, Vicenza 1964.

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