Missionari Iblei

Centro Missionario Diocesano – Ragusa

Il parroco di Brancaccio deve essere ritenuto protomartire

RIFLESSIONE di Nino Fasullo

Religioso redentorista, direttore della rivista “Segno” (da [http://www.adistaonline.it/ http://www.adistaonline.it]).

Il parroco di Brancaccio deve essere ritenuto protomartire, anche se non in senso assoluto, in quanto molti sono stati uccisi prima di lui e per l’identico motivo: avere fatto il “proprio dovere” in favore del popolo, resistendo alla violenza e all’ingiustizia fino all’effusione del sangue. Capofila di una santità nuova, è il primo a dare forma a una testimonianza della quale bisogna cogliere la peculiarità evangelica finora solo vagamente intuita. È un santo outsider. Vuol dire che in nessun caso la sua canonizzazione potrà concludersi con una festa in piazza san Pietro e un’altra nella cattedrale di Palermo.

Può essere utile richiamare un dato, non proprio secondario: non si sa perché padre Puglisi è stato ucciso.

Si conoscono il killer (per autoconfessione) e alcuni aspetti dell’ambiente in cui il delitto fu consumato. Ma la ragione reale per cui qualcuno o alcuni decisero che il parroco doveva morire non ha forma, non ha definizione.

Non solo vaga tra intuizioni e supposizioni, ma si arena nelle secche di una motivazione impossibile ovvero irta di problemi.

Il perché pare chiaro: non è possibile dichiarare qualcuno martire per mafia senza prima aver fatto, o tentato di fare, i conti col fenomeno mafioso. Ancora una volta Puglisi rischia di rimanere solo e senza giustizia. Più che alla gloria sembra destinato a svolgere il lavoro umile e silenzioso del seme sotto la terra. Il che è normale: la solitudine è la compagna inseparabile di ogni figura evangelica.

Qual era la sua singolarità? Quella di un prete che non riconosce alla mafia alcun potere sulla parrocchia. Puglisi era un pastore lucido e motivato che davanti alle difficoltà non si tirava indietro. Perciò non scese a patti con coloro che dominavano illegalmente sul territorio. Il suo scontro con la mafia si svolse tutto sulla libertà: sua personale e sua pastorale, quindi, della Chiesa.

Il compromesso tradizionale, generalmente in uso da parroco in parroco, e non solo nella borgata Brancaccio, è basato sulla divisione del lavoro: il prete fa il prete (battesimi, prime comunioni, matrimoni, funerali ecc.) chiudendo occhi e bocca su tutto ciò che di negativo accade intorno: violenze di vario genere, delitti di sangue, disoccupazione, intrallazzi, lavoro minorile, dispersione scolastica; i mafiosi fanno i mafiosi, al riparo dalla spina nel fianco che dovrebbe essere costituita dal parroco nel caso si spingesse a fare “il suo dovere” denunciando opportunamente, in chiesa e fuori, il loro potere criminale, e suscitando, specie nei giovani, il gusto della libertà e dell’autonomia. ?Ma il parroco Puglisi non si attiene alla tradizione, per cui rappresenta nella Chiesa una vera e propria rottura pastorale (ispiratori il Vangelo e il Concilio).

La mafia lo elimina. Ma pressoché nessuno tira le conseguenze ponendo all’ordine del giorno della Chiesa il suo caso. Il parroco assassinato non diventa una questione. Diventa invece un motivo per avviare il processo di canonizzazione. Col rischio, però, per “San Giuseppe Puglisi martire palermitano”, di ritrovarsi sopra gli altari, adorno di virtù preclare tutte da imitare, ma spogliato, eventualmente, dell’unico titolo che lo fa rassomigliare al Cristo crocifisso: la morte di mafia.

“Puglisi è martire perché ucciso da quei nemici di Dio che sono i mafiosi”. Nemici di Dio i mafiosi? Ma se sono un esercito di devoti, di anime pie con la preghiera sulle labbra e la benedizione nella penna per ogni pizzino inviato ai sodali e le bibbie a portata di mano! E serviti sacramentalmente a domicilio (clandestino) da un piccolo gruppo di preti dediti al loro recupero. Dando con ciò l’impressione, forse senza volerlo, che i perseguitati (si suppone ingiustamente) siano proprio i mafiosi.

La profezia, forse, saprà però farsi strada proprio dove appare più difficile, per propiziare un’altra storia, una vita nuova civile e ecclesiale. Ma ci vuole un miracolo speciale, di quelli che al parroco di Brancaccio piacerebbero tanto. Il miracolo della riflessione pubblica, della ricerca e del dialogo. Anche sul significato “nuovo” della santità nell’epoca nuova in cui la chiesa è chiamata a testimoniare la resurrezione di Cristo, speranza dell’umanità.

Il discepolo di Cristo è un testimone.

La testimonianza cristiana va incontro a difficoltà, può diventare martirio.

Il passo è breve, anzi è proprio il martirio che dà valore alla testimonianza.

Ricordate San Paolo: “Desidero ardentemente persino morire per essere con Cristo”.

Ecco, questo desiderio diventa desiderio di comunione che trascende persino la vita

(Padre Pino Puglisi, martire).

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen

http://assdonrenato.it/content/testimoni-della-fede-don-pino-puglisi

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