Missionari Iblei

Centro Missionario Diocesano – Ragusa

Pietro e le pietre visti dal Giappone

di Andrea Lembo, missionario del Pime a Tokyo
Padre Andrea Lembo, missionario del Pime a Tokyo, rilegge le dimissioni del Papa da un punto di vista un po’ inconsueto: il giardino zen, sintesi di stabilità e bellezza
Il quotidiano pensare nipponico non lascia spazio al “non programmato”. Tutto deve essere: rigorosamente pensato, dettagliatamente pianificato e minuziosamente attuato. Questo è il semplice creativo della mente giapponese. Un esempio visivo: giardino zen, fine opera di elevata arte giapponese, è costituito da pietre armonicamente disposte, per una sobria eppure melodica ri-creazione del mondo. Pietra: segno semplice, di solidità, di stabilità ed eternità. Tuttavia, è ossimoro interessante, uno dei tanti in questo paese, poiché in Giappone persino le pietre poste dalla natura inaspettatamente si muovono e provocano catastrofi epocali.

Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa [Mt 16,18]

La televisione nazionale NHK e la testata giornalistica Asahi Shinbun seguono con moderato interesse e timido coinvolgimento gli eventi che si susseguono nel lontano piccolo e tradizionale regno nel centro di Roma. Il Re del Vaticano – questa è la parola che è usata per esprimere il nostro “servus servorum Dei” – ha deciso di dimettersi! Una pietra pluricentenaria che si smuove. L’inaspettato ha comunque bisogno di trovare spiegazioni se non razionali, quantomeno emozionali. Dopo i freddi reportage circa lo strano accaduto, sono comparsi i primi tentativi di giustificazione. In questi momenti, per chi come me è nato ed è cresciuto in una terra di fede e cultura cristiana, appare chiaro come le parole, i gesti e i simboli non sono sempre così univoci. Lo storico e umilmente evangelico gesto di Benedetto XVI, quale accorto e accorato servo di Dio e della Chiesa, è letto con la lente deformante di trame e scandali di palazzo. Una vera e propria catastrofe che sembra faccia vacillare la solidità della Chiesa.

Si possono certamente liquidare con velocità queste reazioni dettate dalla ricerca della curiosità e dello scandalo, come si può frettolosamente dire che il giardino zen è solo un accumulo di sassi e ghiaia. Si può, al contrario, tentare d’intessere una più fine riflessione per indagare quale immagine la Chiesa trasmette di se stessa. Se in Estremo Oriente troppo spesso, anche dalle nostre testate giornalistiche cristiane, esce un’immagine di una Chiesa istituzione che lotta per affermare la ragione e la verità contro sistemi politici ed economici ingiusti, non c’è assolutamente da meravigliarsi che il cuore geografico della tradizione apostolica appaia come un regno d’intrighi, e l’umile pietra del ministero petrino, – così come l’ha testimoniato anche con le sue dimissioni Benedetto XVI -, un sistema regale assoluto e obsoleto.

In Giappone, come in altre regioni dell’Asia, la cristianità vive la situazione di minoranza e di differenza con la cultura circostante. Condizione, a mio avviso, che fa risplendere il fascino e il vero evangelico. Veramente qui si comprende come la Chiesa è una realtà viva che deve essere inserita nel mondo, ma non deve seguire le logiche del mondo. Vista da Oriente la chiesa d’Occidente sembra talvolta essersi sbilanciata verso il “del mondo”, cosicché quando si parla di Vangelo si assume ipso facto il dato che la Chiesa è un corpo occidentale influente, dunque non compatibile con il sistema Oriente. In aggiunta, il processo delicato d’inculturazione del Vangelo è stato spesso relegato, anche da noi missionari, in forzati teatrini liturgici dal sapore esotico o conati anarchici di speculazioni teologiche. Dove invece l’inculturazione del Vangelo è quel progetto di costruzione della Chiesa che, fondato sull’unica e medesima pietra viva del Ministero Petrino, dona alle diverse Chiese particolari di essere parte viva e integrante dell’unica Chiesa universale, incarnate nella società in cui si trovano. In Giappone, i cristiani semplici forse vivono l’esperienza della Chiesa primitiva e in questo senso risuonano attuali le parole esortative di Ireneo:

“Voi siete pietre del tempio del Padre preparate per la costruzione di Dio Padre, elevate con l’argano di Gesù Cristo che è la croce, usando come corda lo Spirito Santo. La fede è la vostra leva e la carità la strada che vi conduce a Dio.”

[Ignazio, Lettera agli Efesini IX]

Come in un giardino zen, poggiate su un unico basamento di roccia si stagliano nella loro variegata forma, tuttavia ordinata bellezza, le pietre che compongono un mondo ri-creato per la pace e la stabilità del cuore umano; così, avremmo tanto bisogno di una Chiesa che ripensi a quell’«era della pietra», cioè a quel segno base e semplice di stabilità, di solidità e di eternità. Benedetto XVI, con la sua meditata decisione, ha riaperto la possibilità, a mio avviso, per ripensare non un nuovo significato per il ministero petrino, ma come esso debba essere vissuto nel contesto urgente e vitale della collegialità (per altro, desiderio già espresso da Giovanni Paolo II nella Enciclica Ut unum Sint 89).

Il ripensare a “quella pietra” quale garanzia di unità nella comunione delle diversità – consegnato al primato di Pietro – significa donare uno slancio nuovo per l’evangelizzazione dell’umanità con tratti particolari, direi personali, che possano ridonare alla Chiesa quel volto di evangelica vita desiderata dal Signore Gesù, richiamata dal Concilio Vaticano II, e testimoniata fino allo storico umile gesto di Benedetto XVI.

 

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