Missionari Iblei

Centro Missionario Diocesano – Ragusa

Parrocchia. Una casa aperta alla speranza

Con riferimento ai piani pastorali diocesani e alla nota pastorale CEI, Il volto missionario delle Parrocchie in un mondo che cambia, pubblichiamo il paragrafo finale per facilitare una lettura della vocazione meravigliosa che la parrocchia vive nel contesto sociale.

* Alcune foto.

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13. Una casa aperta alla speranza

Quanto abbiamo indicato andrà costruito con pazienza, secondo le possibilità. Bisogna peraltro ricordare che non esiste “la” parrocchia, ma ne esistono molte e con tanti volti, a seconda delle misure e delle collocazioni, delle storie e delle risorse. Le indicazioni offerte vanno valutate con il vescovo nella concreta situazione della diocesi, sorrette da alcuni atteggiamenti di fondo, che ne qualificano il volto missionario.

Il primo di questi atteggiamenti è l’ospitalità. Essa va oltre l’accoglienza offerta a chi si rivolge alla parrocchia per chiedere qualche servizio. Consiste nel saper fare spazio a chi è, o si sente, in qualche modo estraneo, o addirittura straniero, rispetto alla comunità parrocchiale e quindi alla Chiesa stessa, eppure non rinuncia a sostare nelle sue vicinanze, nella speranza di trovare un luogo, non troppo interno ma neppure insignificante, in cui realizzare un contatto; uno spazio aperto ma discreto in cui, nel dialogo, poter esprimere il disagio e la fatica della propria ricerca, in rapporto alle attese nutrite nei confronti di Dio, della Chiesa, della religione. La comunità parrocchiale non può disinteressarsi di ciò che nel mondo, ma anche al suo interno, oscura la trasparenza dell’immagine di Dio e intralcia il cammino che, nella fede in Gesù, conduce al riscatto dell’esistenza. Un tale spazio non si riduce a incontri e conversazioni. Va articolato e programmato nella forma di una rete di relazioni, attivate da persone dedicate e idonee, avendo riferimento all’ambiente domestico. L’ospitalità cristiana, così intesa e realizzata, è uno dei modi più eloquenti con cui la parrocchia può rendere concretamente visibile che il cristianesimo e la Chiesa sono accessibili a tutti, nelle normali condizioni della vita individuale e collettiva.

Non si tratta però soltanto di esercitare ospitalità. Occorre anche assumere un atteggiamento di ricerca. Cercare i dispersi, azione che connota il pastore e la pastorale, significa provocare la domanda dove essa tace e contrastare le risposte dominanti quando suonano estranee o avverse al Vangelo. Una delle difficoltà più evidenti che la cultura diffusa pone al cristianesimo è quella di spegnere la domanda sulle questioni essenziali della vita, per le quali anche oggi Nicodemo andrebbe alla ricerca di Gesù (cfr Gv 3,1-15). La parrocchia deve fuggire la tentazione di chiudersi in se stessa, paga dell’esperienza gratificante di comunione che può realizzare tra quanti ne condividono l’esplicita appartenenza. Oltre questa tentazione sta il dovere di attrezzarsi culturalmente in modo più adeguato, per incrociare con determinazione lo sguardo spesso distratto degli uomini e delle donne d’oggi. Anche in questo caso, più che di iniziative si ha bisogno di persone, di credenti, soprattutto di laici credenti che sappiano stare dentro il mondo e tra la gente in modo significativo. Laici credenti «di forte personalità», come dice il Concilio.[1]

A nulla però varrebbe accogliere e cercare se poi non si avesse nulla da offrire. Qui entra in gioco l’identità della fede, che deve trasparire dalle parole e dai gesti. Il “successo” sociale della parrocchia non deve illuderci: ne andrebbero meglio verificati i motivi, avendo buone ragioni per ritenere che non tutti potrebbero qualificarsi per sé come evangelici. Lo stesso vale per certe esperienze comunitarie, in cui si avverte lo slittamento dalla spiritualità al sostegno psicologico. Occorre tornare all’essenzialità della fede, per cui chi incontra la parrocchia deve poter incontrare Cristo, senza troppe glosse e adattamenti. La fedeltà al Vangelo si misura sul coerente legame tra fede detta, celebrata e testimoniata, sull’unità profonda con cui è vissuto l’unico comandamento dell’amore di Dio e del prossimo, sulla traduzione nella vita dell’Eucaristia celebrata. Quando tutto è fatto per il Signore e solo per lui, allora l’identità del popolo di Dio in quel territorio diventa trasparenza di Colui che ne è il Pastore.

Per giungere a questa purezza di intendimenti e atteggiamenti è necessario che si coltivi con più assiduità e fedeltà l’ascolto di Dio e della sua parola. Solo i discepoli della Parola sanno fare spazio nella loro vita alla mitezza dell’accoglienza, al coraggio della ricerca e alla consapevolezza della verità. Non si può oggi pensare una parrocchia che dimentichi di ancorare ogni rinnovamento, personale e comunitario, alla lettura della Bibbia nella Chiesa, alla sua frequentazione meditata e pregata, all’interrogarsi su come farla diventare scelta di vita. Chi, soprattutto attraverso la lectio divina, scopre l’amore senza confini con cui Dio si rivolge all’umanità, non può non sentirsi coinvolto in questo disegno di salvezza e farsi missionario del Vangelo. Ogni parrocchia dovrà aprire spazi di confronto con la parola di Dio, circondandola di silenzio, e insieme di riferimento alla vita.

Possono apparire eccessive, e forse anche troppo esigenti, queste attenzioni che riteniamo necessarie per dare un volto missionario alla parrocchia. Esse comportano fatica e difficoltà, però anche la gioia di riscoprire il servizio disinteressato al Vangelo. Ma attraverso di esse si può giungere a condividere le felicità e le sofferenze di ogni creatura umana. Una condivisione sostenuta dalla «speranza [che] non delude» (Rm 5,5). Perché la speranza cristiana ha questo di caratteristico: essere speranza in Dio. È Dio il fondamento della nostra speranza e anche del nostro impegno a rinnovare la parrocchia, perché possa testimoniare e sappia diffondere la speranza cristiana nella vita quotidiana. Questa proiezione escatologica, verso un traguardo che è oltre la nostra storia umana, è ciò che, alla fine, dà senso alla vita della parrocchia. In essa si riconosce un segno, tra le case degli uomini, di quella casa che ci attende oltre questo tempo, «la città santa», «la dimora di Dio con gli uomini» (Ap 21,2-3), là dove il Padre vuole tutti raccogliere come suoi figli.


[1] Concilio Ecumenico Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 31.

ecce

Foto: parrocchia… un segno tra le case degli uomini.

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