Missionari Iblei

Centro Missionario Diocesano – Ragusa

Contributo all’unità da parte dei più poveri dei poveri.

Quel che il Signore esige da noi (cfr. Michea 6, 6-8)
Lo Student Christian Movement in India (SCMI), per celebrare il suo centenario, è stato incaricato
di preparare il materiale per la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, esso, a sua volta, ha
coinvolto la All India Catholic University Federation (AICUF) e il National Council of Churches in
India (NCCI). Durante la fase preparatoria, mentre si rifletteva sul significato della Settimana di
preghiera per l’unità dei cristiani, si è deciso che, nell’attuale contesto di grave ingiustizia nei
confronti dei Dalits (Parìa o “Intoccabili”) in India e nella Chiesa, la ricerca dell’unità visibile non
potesse essere disgiunta dallo smantellamento delle caste e dall’attirare l’attenzione al contributo
all’unità da parte dei più poveri dei poveri.
I Dalits nel contesto indiano, sono considerati una comunità “fuori dalla casta”. Essi sono i più
gravemente colpiti dal sistema delle caste, che è un concetto rigido di stratificazione sociale, basato
sulle nozioni di purezza rituale e di contaminazione. Nel sistema delle caste, le classi sono
considerate “più alte” o “più basse”. Le comunità Dalit sono ritenute le più contaminate e
contaminanti, e pertanto poste al di fuori del sistema, e furono, in passato, persino definite
“intoccabili”. A motivo di questo sistema di caste, i Dalits sono socialmente emarginati,
politicamente sotto-rappresentati, sfruttati economicamente e soggiogati culturalmente. Quasi l’80%
dei cristiani indiani sono di origine Dalit.
Nel XX secolo, nonostante un notevole progresso, nelle chiese dell’India permangono le divisioni
dottrinali ereditate dall’Europa e da altri paesi. In India la mancanza di unità fra le chiese e in seno
ad esse, è accentuata ancor più dal sistema delle caste. Tale sistema, come l’Apartheid, il razzismo e
il nazionalismo, mette seriamente alla prova l’unità dei cristiani in India, e, conseguentemente, la
testimonianza morale ed ecclesiale della Chiesa quale unico corpo di Cristo. In quanto motivo di
divisione fra le chiese, il sistema delle caste è, di conseguenza, anche un forte problema dottrinale.
In tale contesto, quest’anno, la Settimana di preghiera per l’unità ci invita a riflettere sul ben noto
testo di Michea 6, 6-8, il cui tema centrale è la domanda su che cosa il Signore richieda da noi.
L’esperienza Dalit funge da prova del fuoco all’interno della quale emerge la riflessione teologica
sul tema biblico.
Michea è uno dei dodici profeti minori dell’Antico Testamento, che profetizzò approssimativamente
tra il 737 e il 690 a.C. nel Regno di Giuda. Proveniva da Moreset, cittadina a sud-ovest di
Gerusalemme, e predicò durante i regni di Iotam, Acaz ed Ezechia di Giuda (cfr. Mic 1,1). Visse
nella medesima situazione politica, economica, e religiosa del suo contemporaneo Isaia, assieme al
quale fu testimone della distruzione di Samaria e dell’invasione del Regno del Sud da parte del re di
Assiria nell’anno 701 a.C. Il suo dolore e il suo pianto sulla condizione del popolo ispirano il tono
del suo libro, ed egli scatena la sua ira contro i capi (cfr. Mic 2,1-5) e i sacerdoti che tradivano il suo
popolo.
Il libro di Michea appartiene alla tradizione letteraria della profezia. Al cuore del suo messaggio vi
è il giudizio. Il libro si snoda in tre sezioni, che denotano un percorso dal giudizio in generale (capp.
1-3) alla proclamazione della salvezza (capp. 4-5), alla parola del giudizio e alla celebrazione della
salvezza (capp. 6-7). Nella prima parte, Michea critica aspramente coloro che approfittano
dell’autorità, sia politica che religiosa, per abusare del loro potere e per derubare i poveri: “Spellate
la gente, anzi le strappate la carne dalle ossa” (3,2); e “i giudici si lasciano comprare” (3,11). Nella
seconda parte del libro, Michea esorta il popolo a camminare in pellegrinaggio: “Saliamo sulla
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montagna del Signore […] Egli ci insegnerà quel che dobbiamo fare, noi impareremo come
comportarci” (4,2). Il giudizio di Dio si rivela nella terza parte ed è accompagnato dall’invito ad
attendere la salvezza nella speranza, con fede in Dio: “Signore, Tu cancelli le nostre colpe, perdoni i
nostri peccati” (7,18). Questa speranza è centrata sul Messia, che “porterà la pace” (5,4) e che verrà
da Betlemme (cfr. 5,1) per portare la salvezza “fino all’estremità della terra” (5,4). Michea in ultima
analisi, chiama tutte le nazioni del mondo a intraprendere questo pellegrinaggio, a condividere la
giustizia e la pace che sono la loro salvezza.
Il forte appello di Michea alla giustizia e alla pace si concentra nei capitoli 6, 1-7, 7, parte dei quali
costituiscono il tema della Settimana di preghiera di quest’anno. Egli pone la giustizia e la pace
all’interno della storia della relazione fra Dio e l’umanità ma insiste che la storia necessita e
domanda un forte impegno etico. Come molti altri profeti vissuti nel periodo della monarchia
d’Israele, Michea ricorda al popolo che Dio li ha salvati dalla schiavitù dell’Egitto e li ha chiamati,
attraverso l’alleanza, a vivere in una società costruita sulla dignità, sull’uguaglianza e sulla
giustizia. La vera fede in Dio, perciò, è inseparabile dalla santità personale e dalla ricerca della
giustizia sociale. La salvezza di Dio dalla schiavitù e dall’umiliazione quotidiana, più che
semplicemente culto, sacrifici e offerte (cfr. 6,7), richiede da noi il “praticare la giustizia, ricercare
la bontà e vivere con umiltà davanti al nostro Dio” (6,8).
La situazione che il popolo di Dio doveva affrontare ai tempi di Michea può, per molti versi, essere
equiparata alla situazione della comunità Dalit in India. Anche i Dalits devono affrontare
l’oppressione e l’ingiustizia di coloro che intendono negare i loro diritti e la loro dignità. Michea
paragona l’avidità di chi sfrutta i poveri a quelli di cui dice: “Voi divorate il mio popolo. Lo
spellate, gli rompete le ossa” (3,3). Nel rigetto dei rituali e dei sacrifici che erano impoveriti dalla
mancanza del senso di giustizia, Michea mostra l’aspettativa di Dio che la giustizia debba essere al
cuore della nostra religione e dei nostri riti.
Il suo messaggio risulta fortemente profetico, in un contesto dove la discriminazione ai danni dei
Dalits è legittimata sulla base della religione e del concetto di purezza e di contaminazione. La fede
acquista o perde il suo significato in relazione alla giustizia. Nella situazione dei Dalits oggi
l’insistenza di Michea sull’elemento morale della nostra fede, ci interpella su che cosa veramente
Dio voglia da noi: offrire solo sacrifici o camminare con lui nella giustizia e nella pace?
Il discepolato cristiano implica il camminare nel sentiero della giustizia, della misericordia e
dell’umiltà. La metafora del “cammino” è stata scelta per collegare tematicamente gli otto giorni,
dal momento che, in quanto atto effettivo, intenzionale, continuativo, l’idea del cammino veicola il
senso del dinamismo che caratterizza il discepolato cristiano. Inoltre, il tema della X Assemblea
generale del Consiglio Ecumenico delle Chiese che si terrà nel 2013 a Busan, nella Corea del Sud, –
“Dio della vita, guidaci verso la giustizia e la pace” – fa risuonare l’immagine del Dio trinitario che
accompagna l’umanità e cammina nella storia, invitando tutti i popoli a camminare insieme,
comunitariamente.

Settimana di preghiera… opuscolo 2013

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