Missionari Iblei

Centro Missionario Diocesano – Ragusa

LITURGIA E PIETÀ POPOLARE. Dal Direttorio ai risvolti esistenziali, culturali, liturgici ed ecclesiali.

Carissimi, in allegato la relazione che stamattina don Giacomo Sgroi ha tenuto all’incontro di aggiornamento del clero.

Auguri di un santo Natale a tutti!
Luca Tuttobene

Don Giacomo Sgroi

Direttore ULD Monreale

Vice Direttore ULR

Saluti e premessa

Desidero innanzitutto salutare e ringraziare il Vescovo di questa Chiesa, Mons. Paolo Urso, e tutti voi per l’invito che mi avete rivolto e per l’opportunità che mi offrite di poter aggiungere, spero, qualche tassello al percorso di aggiornamento sulla “verità della parrocchia” che state svolgendo in questo anno pastorale 2012/13.

Non dirò forse cose nuove, ma la condivisione di idee ed esperienze e la comune riflessione sul tema di oggi sono occasione di arricchimento reciproco e di aiuto per intraprendere percorsi e cammini per una verità da raggiungere.

Il tema che mi è stato proposto è Liturgia e Pietà Popolare. Dal Direttorio ai risvolti esistenziali, culturali, liturgici ed ecclesiali.

Spero di poter dare un contributo alla vostra riflessione.

 

1. Chiarificazione terminologica

Mi pare molto opportuno che i sacerdoti, il clero di una chiesa locale, si trovino insieme a riflettere, e poi a confrontarsi in sereno dialogo su questo tema, perché – ne sono convinto – i primi ad armonizzare “liturgia e pietà popolare” sono i sacerdoti.

Mi scuserete se apro questo mio intervento con una explicatio terminorum, ossia una chiarificazione terminologica su cosa intendiamo per Liturgia, per religiosità popolare, per pietà popolare e per devozioni. Il linguaggio richiede sempre di essere interpretato e quindi si presta ad essere frainteso. Certi termini possono essere intesi in modo diverso da persone diverse. Per questo ritengo necessario fare questa precisazione terminologica per fugare – qualora ce ne fosse bisogno – qualche equivoco, che trattando un tema così variegato come il nostro potrebbe insinuarsi.

Mi fermo ad alcune osservazioni fondamentali. Cioè che sono a fondamento di quanto cercherò di dirvi.

La forme di pietà popolare nascono dalla stessa liturgia.

Ma che cos’è la liturgia? Definizione di O. Casel: “La Liturgia è l’azione rituale dell’opera salvifica di Cristo, ossia la presenza, dietro il velo dei segni, dell’opera divina della redenzione. La liturgia è la salvezza che Dio ci offre attraverso i segni che compiamo”.

La Liturgia è il mistero di Cristo e della Chiesa nella sua espressione cultuale.

La liturgia non è quindi una “sacra rappresentazione” ma è salvezza in atto.

 

La religiosità popolare è qualcosa di più largo. Religiosità viene da religione.

È lecito porsi una domanda: Il cristianesimo è una religione?

Sembra di si. Ma invece non è così. È stato un equivoco che dovremmo cercare di smontare e di correggere. Il cristianesimo non è una religione per il semplice fatto che le religioni nel mondo sono tante. Chi li ha inventate? L’uomo. Il cristianesimo invece chi lo ha inventato? Non l’uomo. Se lo avesse inventato l’uomo, l’uomo lo avrebbe pensato più ragionevole. Che senso avrebbe per l’uomo un Dio che nasce e patisce.

Allora, mentre le altre religioni nascono dall’uomo, il cristianesimo è opera di Dio, è il piano salvifico di Dio per l’umanità che ci è stato rivelato nel momento stesso in cui questo piano veniva realizzato.

L’uomo invece ha inventato la religione perché vedendo la propria limitatezza e la propria impotenza di fronte a certi problemi  (per es. la morte), quando l’uomo non riesce a risolvere con le sue sole forze un simile problema si rivolge a dio, o a un essere superiore, o a spiriti, esseri, forze… per avere aiuto benevolenza, appoggio, protezione. E per poter ottenere questa protezione l’uomo offre a dio preghiere, sacrifici, offerte quasi per un do ut des. Sono interessanti alcuni esempi che troviamo presso autori pagani romani: io ti offro un maiale perché tu mi protegga tutti gli altri. Ti offro la prima focaccia perché tu mi benedica tutto il raccolto. Eccetera.

Nelle religioni questi riti sono dei mezzi attraverso i quali l’uomo cerca di raggiungere dio per piegarlo alle sue necessità.  Nel cristianesimo i riti ci sono. Gesù stesso compì dei riti e ha comandato di compierli. Ma nel cristianesimo i riti non sono mezzi attraverso i quali noi cerchiamo di raggiungere Dio per ottenere qualcosa. Nel Cristianesimo i riti sono i momenti nei quali Dio ci raggiunge.  Nei sacramenti Dio ci raggiunge. Però l’uomo esprime questa fede secondo la propria natura, secondo la propria cultura, secondo la propria indole. Ecco perché noi abbiamo nella liturgia diversi riti, tutti cristiani, però diversi riti: romano, ambrosiano, bizantino, copto…..perché ognuno esprime l’unica fede secondo la propria cultura. E questo non solo per motivi geografici ma anche storici. Altro è come i cristiani esprimevano la loro fede nei primi tempi, altro è come poi l’hanno espresso nel medioevo, altro nel rinascimento…altro è come la esprimiamo oggi. Evidentemente ogni popolo nel tempo e nello spazio esprime l’unica fede, che non cambia, con diverse modalità.

Altro quesito: La liturgia è popolare? La stessa parola lo dice. Liturgia significa azione del popolo perciò non possiamo mettere in opposizione liturgia e popolarità perché la liturgia è un azione pubblica del popolo cristiano. Il primo capitolo del Direttorio su pietà popolare e Liturgia[1] – che sarebbe bene che tutti rileggessimo e conoscessimo – fa proprio un panorama storico di questo rapporto tra liturgia e pietà popolare. Alla luce della storia notiamo che all’inizio non c’era opposizione. Comincerà ad esserci una distinzione quando la liturgia diventerà, dopo Costantino, liturgia ufficiale e quasi solo riservata al clero. Nascono le basiliche grandi e solenni e i sacerdoti cominciano a rivestire gli abiti importanti distinguendosi dai fedeli. Nelle chiese appare netta la distinzione tra presbiterio e navata. E poi la liturgia che diventava sempre più appannaggio del clero poiché era in lingua latina, (dal IV secolo) la lingua ufficiale in uso fino ad oggi…. Allora cominciano a nascere delle forme alternative alla liturgia quasi popolarizzando la liturgia stessa. (così nasce il rosario in sostituzione dei 150 salmi). E mentre la liturgia rimane fissa, normata, la pietà popolare è libera e spontanea. È chiaro che il popolo si trova più portato a compiere queste forme a lui più care e vicine.

Oggi, dopo il vaticano II, possiamo fare una sintesi, possiamo operare pastoralmente affinché la pietà popolare non sia di ostacolo alla liturgia. E questo processo può avvenire attraverso la catechesi biblica e liturgica.

Il Direttorio su pietà popolare e Liturgia proprio nell’introduzione, ai numeri 6-10, chiarisce il significato di ciascun termine.

La religiosità popolare “riguarda un’esperienza universale: nel cuore di ogni persona, come nella cultura di ogni popolo e nelle sue manifestazioni collettive, è sempre presente una dimensione religiosa. Ogni popolo infatti tende ad esprimere la sua visione totalizzante della trascendenza e la sua concezione della natura, della società e della storia attraverso mediazioni cultuali. La religiosità popolare non si rapporta necessariamente alla rivelazione cristiana.[2]“. Dalle varie religiosità nascono delle forze aberranti: la magia, le superstizioni, fino alle sue forme estreme quali il satanismo…

 

Con la locuzione pietà popolare il direttorio “designa le diverse manifestazioni cultuali di carattere privato o comunitario che, nell’ambito della fede cristiana, si esprimono prevalentemente non con i moduli della sacra Liturgia, ma nelle forme peculiari derivanti dal genio di un popolo e della sua cultura”[3].

 

Nella Liturgia noi celebriamo il grande mistero della fede che è la Risurrezione di Cristo che poi si declina nei tanti ambiti della vita del cristiano. Uno dei rischi invece della pietà popolare è assolutizzare un aspetto del Mistero. (esempio: la festa del crocifisso, o la processioni del venerdì santo…..Coloro che celebrano questa festa corrono il rischio di fermarsi solo a questo momento senza fare il salto in avanti della risurrezione…). Nella celebrazione della passione del Signore, il venerdì santo, mentre in chiesa si canta: Di null’altro mai ci glorieremo se non della croce di Cristo nostro Signore, egli è la nostra salvezza vita e risurrezione. Per mezzo di lui siamo stati salvati e liberati…..Ave o Croce unica speranza…., la pietà popolare invece, che ha prevalso, piange e soffre durante le processioni del Cristo morto e dell’Addolorata. Il popolo è in lutto quasi senza speranza nella risurrezione. L’immagine dell’Addolorata colpisce di più che la meditazione biblica di Maria di Nazareth, prima credente e immagine dell’umanità nuova.

Le devozioni sono sempre di natura privata. La liturgia è il culto pubblico della chiesa.

 

Sacrosanctum Concilium (SC) al n. 13 afferma che le devozioni e i pii esercizi “siano regolati tenendo conto dei tempi liturgici e in modo da armonizzarsi con la liturgia; derivino in qualche modo da essa e ad essa introducano il popolo, dal momento che la liturgia è per natura sua di gran lunga superiore ai pii esercizi”.

Occorre oggi di nuovo evangelizzare le forme di devozione della pietà popolare, “perché essa è ricca di valori ed esprime l’atteggiamento religioso di fronte a Dio. Essa ha bisogno di essere di continuo evangelizzata, affinché la fede che esprime, divenga un atto sempre più maturo e autentico”[4].

Per intraprendere un cammino verso la verità delle forme della devozione popolare, tante volte occorre ricondurle alla loro origine. Perché sono nate? Da dove sono nate certe forme di pietà popolare? Che senso avevano all’inizio? Sono interrogativi necessari e utili. Per esempio, dalle nostre parti facciamo il segno di croce e poi diamo il bacio alla mano. Cosa intendiamo baciare quando baciamo la mano? (Il bacio veniva dato all’icona che si aveva davanti. Oggi non abbiamo più l’icona ma il bacio è rimasto, a volte senza che ne comprendiamo il significato). Tante pratiche che noi facciamo, se andiamo all’origine, ne comprendiamo il senso. Nel tempo certe forme di pietà popolare sono degenerate! Cambiare le cose costa sacrificio non senza dispiaceri: “i preti fanno perdere la fede”, si sente dire spesso. Spesso siamo bloccati dal “Si è fatto sempre così”. Il che non è vero. Perché si è fatto così a partire da un certo anno. Allora in questo Anno della Fede voluto dal Santo Padre Benedetto XVI, andiamo a conoscere meglio la rivelazione  che la Scrittura e la Chiesa ci annunciano e ci accorgeremo che sarà più facile aggiustare le deviazioni che nel corso dei secoli si sono accumulate nelle pratiche di pietà. Quanto più si conosce e si approfondisce il Mistero di Dio, la Liturgia, la Parola di Dio, tanto più si capirà la relatività di queste forme. Un cristiano che entra in contatto con la parola di Dio, non dico che disprezzerà le forme di pietà, ma le porrà nel giusto posto e darà il giusto valore senza esagerazioni.

 

2. Lettura magisteriale e pastorale

 

In questa seconda parte del mio intervento desidero offrire una lettura, richiamandoli nei suoi punti essenziali, dei testi magisteriali che offrono risvolti liturgici, pastorali ed ecclesiali. Riandare a questi testi del magistero sarà molto utile per riuscire nell’intento.

La Sacrosanctum Concilium – il primo documento del Concilio Vaticano II di cui ci apprestiamo a celebrare il suo cinquantesimo – dopo aver precisato il significato della liturgia come attuazione del mistero pasquale, vertice ricapitolativo di tutta la storia salvifica, attraverso azioni simboliche rituali, da parte di Cristo sacerdote e della Chiesa, suo corpo e sua sposa  e popolo sacerdotale (SC 7), afferma il primato della liturgia su ogni altra forma di culto, in quanto, pur non esaurendo tutte le attività della Chiesa, ne è culmine e fonte (SC 10). Subito dopo parla dei pii esercizi, ossia delle espressioni della pietà popolare. Essi, dice SC, sono legittimi e da raccomandare vivamente, tuttavia, data la natura di gran lunga superiore della liturgia, devono tenere conto dei tempi liturgici, essere armonizzati con la liturgia, trarre da essa ispirazione, e a essa devono condurre il popolo cristiano (SC 13).

Nel decennio seguito al Concilio Vaticano II, sulle ali dell’entusiasmo per la riscoperta della centralità della liturgia e del diritto-dovere di tutti i fedeli a partecipare che è fondato sul battesimo, e sulla natura stessa della liturgia, in molte parrocchie e in molti ambienti ci si sentì autorizzati a sopprimere pratiche, processioni, e forme devozionali, provocando malcontento presso molti fedeli che da secoli avevano alimentato ad esse la loro pietà e la loro vita spirituale.

Il magistero, dopo il Vaticano II, è intervenuto ripetutamente per affermare che il primato della liturgia non toglie legittimità alle espressioni della pietà popolare, e contemporaneamente per chiarire i rapporti che esistono o devono esistere tra l’una e le altre.

È doveroso ricordare anzitutto l’Esortazione apostolica di Paolo VI Marialis cultus del 1974. Essa, dopo aver trattato del culto liturgico della Vergine Maria, nella seconda parte, per il rinnovamento della pietà mariana, suggerisce che qualsiasi pio esercizio e forma devozionale si caratterizzi per le note trinitaria, cristologia ed ecclesiale, e per gli orientamenti biblico, liturgico, ecumenico e antropologico[5].

Nell’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi lo stesso pontefice, dopo aver ammonito circa i limiti della religiosità popolare[6], ne indica i valori: “Essa manifesta una sete di Dio che solo i semplici e i poveri possono conoscere; rende capaci di generosità e di sacrificio fino all’eroismo, quando si tratta di manifestare la fede; comporta un senso acuto degli attributi profondi di Dio: la paternità, la provvidenza, la presenza amorosa e costante; genera atteggiamenti interiori raramente osservati altrove al medesimo grado: pazienza, senso della croce nella vita quotidiana, distacco, apertura agli altri, devozione”[7].

Giovanni Paolo II, personalmente e attraverso la Congregazione per il Culto Divino, è intervenuto ripetutamente sul tema della pietà popolare. Nell’Esortazione postsinodale Catechesi tradendae del 1979, pur non nascondendosi i limiti, raccomanda di valorizzare nella catechesi il contributo prezioso che può venire dalla pietà popolare[8].

Nel venticinquesimo dalla promulgazione della Sacrosanctum Concilium lo stesso pontefice inviò la lettera apostolica Vicesimus quintus annus (1988), in cuitra i compiti che attendono la Chiesa per salvaguardare la riforma e assicurare l’incremento della liturgia, indica la valorizzazione ed evangelizzazione della pietà popolare[9].

Simili erano state, cinque anni prima, le espressioni dell’episcopato italiano nella nota pastorale sul “Rinnovamento liturgico in Italia”. I vescovi riconoscono il ruolo storico che la pietà popolare ha svolto per secoli, quando è stata l’unica forma di pietà accessibile al popolo cristiano, escluso come era dalle ricchezze della liturgia. Considerano un fatto provvidenziale la riscoperta delle espressioni della pietà popolare nel nostro tempo e raccomandano di vegliare perché non sconfinino nella magia e nella superstizione[10].

Infine nel 2002, dopo oltre 15 anni di lavoro e di incubazione, la Congregazione per il Culto Divino ha pubblicato il “Direttorio su pietà popolare e liturgia”[11].

Esso, facendo tesoro dei documenti precedenti, nella prima parte (linee emergenti) evidenzia i valori delle devozioni e degli esercizi della pietà popolare e mette in guardia sui limiti e le possibili deviazioni, e nella seconda parte (Orientamenti per l’armonizzazione) offre indicazioni per una saggia armonizzazione con la liturgia, della quale ribadisce il primato, senza contrapporre, né fondere né confondere.

 

3. Valori della pietà popolare

Come affermava Paolo VI nella Evangelii nuntiandi, la pietà popolare spesso esprime una genuina sete di Dio e un forte senso degli attributi di Dio: paternità, provvidenza, presenza amorosa, misericordia, fede nell’aldilà.

Manifesta e alimenta atteggiamenti interiori e virtù cristiane: pazienza e abbandono fiducioso in Dio, capacità di soffrire e di percepire il senso della croce nella vita quotidiana, desiderio sincero di piacere al Signore, di riparare le offese a lui arrecate, di fare penitenza, il distacco dalle cose materiali, la solidarietà.

Esprime sovente attenzione amorosa al Figlio di Dio fatto uomo, nato nella povertà che ha sofferto la passione e la morte;

Fonde armonicamente il messaggio cristiano con la cultura e le tradizioni del popolo;

Nei secoli trascorsi ha esercitato un ruolo di straordinaria importanza per la conservazione della fede dove i cristiani erano privi di assistenza pastorale o era loro preclusa la partecipazione alla liturgia.

 

4. Pericoli che comporta

Non si possono nascondere tuttavia i suoi limiti e i rischi che la pietà popolare comporta:

-. Spesso si limita a considerare la passione e la morte di Cristo, trascurando la risurrezione.

-. Non attribuisce spazio sufficiente alla presenza e all’azione dello Spirito Santo,

-. Manifesta talvolta scarso senso dell’appartenenza ecclesiale, (ranghi, corporazioni)

-. rivela scarso contatto con la Scrittura, (devozioni non fondate biblicamente o nutrite dalla parola di Dio)

-. isolamento della vita sacramentale della Chiesa (messa domenicale, penitenza)

-. tendenza a separare il momento cultuale dagli impegni della vita morale (dissociazione tra festa e vita cristiana)

-. concezione utilitaristica di alcune forme di pietà (per ottenere qualche favore),

-. attaccamento esagerato a segni, gesti e formule, che talvolta rischia la superstizione.

 

 

5. Per un rinnovamento della pietà popolare

Dall’insegnamento della storia e del Magistero e dalla riflessione teologica emergono alcuni princìpi per il rinnovamento della pietà popolare.

 

5.1 Il primato della liturgia

La liturgia, azione di Cristo e della Chiesa, memoria e attuazione, attraverso simboli rituali, del mistero pasquale, per la santificazione dell’uomo e l’adorazione di Dio Padre per Cristo nello Spirito, costituisce la fonte e il culmine di tutta la vita e di tutte le esperienze di fede e di carità, e quindi anche della pietà popolare (SC 9-10). Qualsiasi espressione della pietà popolare perciò deve attingere dalla liturgia come dalla sua sorgente, la fede e l’impegno di vita, e deve modellarsi sull’ortodossia e sull’ortoprassi che scaturiscono dalla sua celebrazione[12].

Il cristiano è chiamato alla pienezza della vita che gli viene data nella liturgia celebrata nella Chiesa (figliolanza di Dio, dono dello Spirito, conformazione a Cristo), e non può accontentarsi solo di ciò che viene offerto da altre forme religiose o di devozione.

Scopo della pietà popolare pertanto dev’essere condurre i fedeli alla mensa della parola e dell’eucaristia, riunirli in assemblea perché lodino Dio nella Chiesa e prendano parte al sacrificio e alla cena del Signore (SC 10).

Per ricollocare al centro del mistero di Cristo certe espressioni devozionali fuggite nella periferia o staccate, è necessario che la pietà popolare guardi alla liturgia come a fonte e culmine. La liturgia dal canto suo deve essere consapevole della dimensione antropologica e comunitaria del culto cristiano. Non deve tralasciare alcuno sforzo per raggiungere i fedeli nella loro realtà di uomini religiosi. Questo comporta apertura alla creaturalità, alla integrazione di elementi popolari validi e collaudati, canti, gesti, ritualizzazione appropriata dei misteri celebrati nel corso dell’anno liturgico[13].

Per questo sono da evitare tanto la contrapposizione tra pietà popolare e liturgia, quanto la concorrenza e la sovrapposizione, ma occorre purificare le espressioni della pietà popolare, armonizzarle con la liturgia, adoperarsi perché da essa traggano ispirazione e contenuti, e conducano ad essa.

5.2  L’ispirazione biblica

Essendo la parola di Dio che risuona attraverso la proclamazione delle Scritture la misura e il criterio valutativo di ogni forma espressiva, antica e nuova, di pietà cristiana, è improponibile una preghiera cristiana senza riferimento diretto o indiretto alla pagina biblica[14]. Nella parola biblica la pietà popolare trova una fonte inesauribile di ispirazione, insuperabili modelli di preghiera e feconde proposte tematiche[15]. Pertanto è assai raccomandabile che le varie forme in cui si esprime la pietà popolare (novene, processioni, coroncine) prevedano di norma la presenza di testi biblici (letture e  salmi),  opportunamente scelti e debitamente commentati[16].

Tuttavia il modello offerto dalle celebrazioni liturgiche non è da assumere pedissequamente. Il Direttorio, suggerisce che si scelgano passi brevi, facilmente memorizzabili, incisivi, di facile comprensione[17].

 

5.3  Ispirazione trinitaria

La vita cultuale della Chiesa è comunione col Padre per Cristo nello Spirito Santo. La pietà popolare deve configurarsi perciò come dialogo tra Dio e l’uomo per Cristo nello Spirito. Questa dimensione della fede cristiana è costitutiva della pietà popolare, ma non sempre è stata adeguatamente sottolineata[18].

–  necessario è quindi illuminare i fedeli sull’impronta peculiare della preghiera cristiana, che ha come destinatario ultimo il Padre, per la mediazione di Gesù Cristo, nella potenza e nella comunione dello Spirito Santo.

– La mancanza di un nome proprio per lo Spirito di Dio e l’abitudine di non rappresentarlo con immagini antropomorfiche hanno determinato una certa assenza dello Spirito Santo nei testi e nei moduli della pietà popolare. Tale assenza deve essere colmata: le espressioni della pietà popolare devono mettere in più chiara luce la persona e l’azione dello Spirito Santo (canti, preghiere, simboli)[19].

– La pietà popolare si concentra volentieri sulla figura di Cristo Figlio di Dio e Salvatore dell’uomo e ama contemplare i misteri della passione di Cristo: Gesù tradito e abbandonato, flagellato e incoronato di spine, crocifisso tra i malfattori, deposto dalla croce, sepolto nel grembo della terra, pianto dalla Madre, da amici e discepoli. In questi misteri avverte il suo amore infinito e la misura della sua solidarietà con la sofferenza umana; ma non è molto attenta alla risurrezione[20].

Necessario è perciò che le espressioni della pietà popolare mettano in risalto il valore primario e fondante della risurrezione di Cristo. L’amorosa attenzione rivolta all’umanità sofferente del Salvatore, tanto viva nella pietà popolare, deve essere sempre congiunta alla prospettiva della sua glorificazione (Via crucis, processioni della settimana santa).

Solo a tale condizione verrà esposto nella sua integrità il disegno salvifico, sarà colto nella sua inscindibile unità il mistero pasquale di Cristo, e sarà delineato il volto genuino del cristianesimo che è vittoria della vita sulla morte, celebrazione di colui che non è Dio dei morti ma dei vivi[21].

5.4  Ispirazione ecclesiale

La Chiesa, popolo di Dio che vive nelle comunità locali ma le trascende, spiega il n. 82 del Direttorio, secondo la bella espressione di Cipriano di Cartagine, è comunità cultuale, popolo adunato nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, che per volontà del Signore compie numerose azioni rituali che hanno come scopo la gloria di Dio e la santificazione dell’uomo.

La vita spirituale tuttavia non si esaurisce nella partecipazione alla sola liturgia, comprende pure le manifestazioni della pietà popolare. Queste traggono origine dall’esempio e dall’insegnamento di Cristo che ha insegnato a pregare nel segreto della propria camera (Mt 6,6), o dal genio creatore di uomini e donne di forte esperienza spirituale (S. Francesco, S. Margherita Alaquoque, S. Leonardo da Porto Maurizio, S. Alfonso) o anche dal fondo dalla coscienza collettiva cristiana culturalmente situata (Madonna di Guadalupe).

Le manifestazioni della pietà popolare hanno per lo più carattere locale, legate come sono alla cultura delle diverse regioni (si pensi alle devozioni fiorite intorno ai numerosi santuari o in seguito ad apparizioni o eventi prodigiosi, come liberazione da sciagure o da peste);

hanno contingenza temporale, in quanto non pochi esercizi sono legati a particolari situazioni storiche e pastorali (si pensi alla devozione al Sacro Cuore sorta in epoca di illuminismo e di giansenismo),

e settoriale in quanto sono orientate a mettere in luce particolari misteri di Cristo o della Vergine (Gesù Bambino, la croce e il crocifisso, il sangue, il santissimo Sacramento, il Cuore di Cristo, l’Immacolata Concezione, Maria sotto la croce, la Vergine del Carmelo, il cuore di Maria, ecc.).

Da ciò nasce l’esigenza che le espressioni della pietà popolare siano illuminate dal principio ecclesiologico. Esso deve tradursi:

-. in una corretta visione dei rapporti tra comunità e Chiesa locale, tra Chiesa particolare e Chiesa universale (la confraternita è inserita nella parrocchia e nella diocesi, vive l’anno liturgico della Chiesa, non può non tener conto del magistero del vescovo e delle linee pastorali proposte da lui e dagli organismi diocesani);

-. nel situare la venerazione della Vergine e dei Santi e il suffragio dei defunti all’interno dei rapporti che intercorrono tra Chiesa celeste e Chiesa pellegrina sulla terra: la Chiesa contempla in Maria la creatura pienamente associata al mistero di Cristo, la redenzione pienamente realizzata e l’immagine purissima di ciò che essa tutta spera di essere; e la chiesa nei santi riconosce il compimento del mistero pasquale, esempi della sequela di Cristo e intercessori che pregano per noi;

-. nel comprendere il rapporto tra ministero, che è necessario nelle celebrazioni liturgiche, e carisma, frequente nelle manifestazioni della pietà popolare.

Conclusione

È alla luce di questi principi – primato della liturgia, ispirazione biblica, trinitaria, ecclesiale – che vanno valutate ed eventualmente corrette, evangelizzate, purificate, rinnovate, accresciute, armonizzate con la liturgia e inserite in una pastorale organica e unitaria, tutte le manifestazioni della pietà popolare che scandiscono i tempi dell’anno liturgico: il giorno del Signore, l’avvento, le celebrazioni natalizie, la quaresima e il tempo della passione del Signore, la settimana santa e il triduo pasquale, il tempo ordinario[22]; tutte le espressioni del culto eucaristico, le manifestazioni della devozione alla beata Vergine (mese mariano, novene, tridui, rosario), della venerazione dei santi, i suffragi dei defunti, le pratiche di pietà che fioriscono intorno ai santuari e ai pellegrinaggi.

Per concludere vorrei portare alcuni esempi pratici.

-. Molte espressioni della pietà popolare nella settimana santa hanno come oggetto la passione di Cristo: esse devono essere coordinate, senza mai oscurarle, con le celebrazioni liturgiche della cena del Signore e della memoria della sua morte e non devono mai dimenticare che Gesù ha vinto la morte e non muore più (orari, modalità, clima di preghiera, canti).

-. Molto care ai fedeli sono le novene di Natale e dell’Immacolata: esse sono in perfetta sintonia con l’avvento, tempo di attesa gioiosa del Signore che libera e salva. È opportuno ricordare in proposito che non c’è solo la messa per celebrarle. Esse possono essere l’occasione di far scoprire ai fedeli la bellezza della liturgia delle ore, che è nata come preghiera del popolo. Le lodi e i vespri permettono tra l’altro l’inserimento di qualche elemento della pietà popolare (gesti, canti).

-. Per ciò che riguarda il culto del mistero eucaristico: non va mai dimenticato che esso ha come fonte la celebrazione dell’eucaristia o cena del Signore, e deve portare a una più autentica partecipazione ad essa mediante la comunione e la crescita nella carità: la adorazione, le processioni e tutte le altre manifestazioni non devono mai mettere in ombra l’origine e l’obiettivo dell’eucaristia.

-. Il mese di maggio in onore di Maria: coincide con il tempo pasquale nel quale la chiesa celebra la vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte e la presenza attiva dello Spirito Santo nella Chiesa. È necessario sottolineare il rapporto di Maria con la pasqua di Gesù: preservata dal peccato in previsione della pasqua, resa feconda dallo Spirito Santo. Nella visitazione condotta dallo Spirito Santo porta ad Elisabetta insieme al servizio della sua carità l’annuncio della redenzione e intona il canto di lode. Nella passione sta presso la croce del Figlio partecipe della sua passione custodendo, lei sola, incorrotta la fede, e dopo l’ascensione sta con gli apostoli, maestra di preghiera, in attesa della manifestazione dello Spirito Santo.

-. Nelle feste dei santi le devozioni devono evidenziare che essi non sono soltanto patroni e intercessori, ma prima di tutto frutto della pasqua di Cristo e dell’azione dello Spirito Santo (redenti, salvati, perdonati, trasformati): ci dicono quello che il Signore può operare pure in noi; ci offrono poi esempi che ci spingono all’ascolto della parola di Dio, alla sequela di Cristo e all’esercizio della vita cristiana: ci dicono che il vangelo può essere osservato integralmente qualunque sia il nostro stato o la condizione di vita.

-. Il rosario, grazie alla Marialis cultus di Paolo VI, alle indicazioni della Congregazione del Culto per l’anno mariano del 1987 e alla lettera apostolica Rosarium Virginis di Giovanni Paolo II, si è parecchio rinnovato con l’immissione di letture bibliche, magari adatte ai vari tempi liturgici. Si deve proseguire su questa strada.

-. Un problema particolare si pone per le feste di santi che cadono durante le quaresima o nelle domeniche di avvento o del tempo pasquale, nelle quali la liturgia non ammette celebrazioni dei santi, particolarmente per la festa di S. Giuseppe molto cara ai fedeli nei nostri paesi e che dà luogo a svariate iniziative. La cosa più saggia, specialmente quando cadono di domenica, è rimandare ad altro tempo la processione ed altre eventuali manifestazioni.

Mi piace concludere con le parole dei vescovi italiani nella nota pastorale sul rinnovamento liturgico in Italia: “Tutto un grande campo di lavoro ci si offre davanti: comporre in armonia liturgia e pietà popolare, ispirando la seconda alla prima (la pietà popolare alla liturgia) e vivificando quella con questa, senza esclusivismi e senza preclusioni, ma anche senza fondere o confondere le due forme di pietà: il popolo cristiano avrà sempre bisogno dell’una e dell’altra, e a Dio bisognerà lasciare aperte tutte le strade che conducono al cuore dell’uomo”[23].

 


[1] CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO E LA DISCIPLINA DEI SACRAMENTI, Direttorio su pietà popolare e liturgia, LEV, Città del Vaticano 2002.

[2] Ibidem, n. 10, pag. 21.

[3] Ibidem, n. 9, pag. 21.

[4] Ibidem, pag. 16

[5] Paolo VI, Esortazione apostolica “Marialis cultus” (2 febbraio 1974), nn. 25-37, in Enchiridion Vaticanum 5, pp. 77-97.

[6] Paolo VI, Esortazione apostolica “Evangelii nuntiandi” sull’evangelizzazione nel mondo contemporaneo (8 dicembre 1975), 47-48, in Enchiridion Vaticanum 5, n. 1643, p. 1063.

[7] Ib., 48, in Enchiridion Vaticanum 5, n. 1644, p. 1063.

[8] Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica “Catechesi tradendae” sulla catechesi nel nostro tempo (16 ottobre 1979), n. 54, in Enchiridion Vaticanum 6, n. 1890, p. 1256-1257.

[9] Giovanni Paolo II, Lettera apostolica “Vicesimus quintus annus” nel XXV anniversario della Costituzione conciliare sulla sacra Liturgia (4 dicembre 1988), n. 18.

[10] Conferenza Episcopale Italiana, Il rinnovamento liturgico in Italia. Nota pastorale a vent’anni dalla costituzione conciliare Sacrosanctm Concilium (21 settembre 1983), n. 18, in Enchiridion della Conferenza Episcopale Italiana, 3, p. 886.

[11] Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei sacramenti, Direttorio su pietà popolare e liturgia, LEV, Città del Vaticano 2002.

[12] J. Castellano, Religiosità popolare e liturgia / II, in Liturgia, 1620.

[13] J. Castellano, Religiosità popolare e liturgia  /II, 1621.

[14] Direttorio,12.

[15] Direttorio, 87.

[16] Direttorio, 88.

[17] Direttorio, 89.

[18] Direttorio, 76.

[19] Direttorio, 78.

[20] Direttorio, 79.

[21] Direttorio, 80.

[22] Cfr per questo G. Cavagnoli, Anno liturgico e pietà popolare. Per una fruttuosa interazione pastorale, in “Rivista Liturgica” 89 (2002) 923-938.

[23] Conferenza Episcopale Italiana, Il rinnovamento liturgico in Italia. Nota pastorale a vent’anni dalla costituzione conciliare Sacrosanctm Concilium (21 settembre 1983), n. 18, in Enchiridion della Conferenza Episcopale Italiana, 3, p. 886.

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