Missionari Iblei

Centro Missionario Diocesano – Ragusa

LA RELIGIOSITÀ’ POPOLARE: ESPRESSIONE DELLA FEDE?

CONFERENZA CENTRO “TURIDDU BELLA” 15-3-2000
Il tema della Religiosità popolare si sta imponendo alla considerazione dei più in modo preponderante. Non solo negli ambienti religiosi, ma anche in ambienti laici. Il significato di “religiosità popolare” è vario a seconda dei contenuti che vi si collocano e le ideologie che animano gli studiosi. Innanzitutto la nostra attenzione è attratta da tutti quei termini che incontriamo con l’espressione di “religiosità popolare” e che creano un po’ di confusione: religiosità = \ religione popolare =\ pietà popolare. Gli studiosi marxisti considerano il termine “religiosità popolare” come l’interpretazione del fatto religioso e come strumento in mano a classi egemoni per garantirsi il dominio politico, economico, culturale.

Gli studiosi cristiani riscoprono il concetto di “religiosità popolare”, in particolare con Paolo VI. Infatti nell’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi scrive: “Si trovano presso il popolo espressioni particolari della ricerca di Dio e della fede. Per lungo tempo considerate meno pure, talvolta disprezzate, queste espressioni formano oggi un po’ dappertutto l’oggetto di una riscoperta.” Paolo VI parla di una vera e propria riscoperta della religiosità popolare. Egli addirittura la chiama “pietà popolare” cioè del popolo. L’espressione “pietà popolare” cioè “religione popolare” non è stata nemmeno molto accettata dagli studiosi. Addirittura l’espressione “pietà popolare” è stata seguita da un’altra affermazione: “cattolicesimo popolare”. Sia “pietà popolare” sia “cattolicesimo popolare” sono espressioni provenienti dagli studiosi sudamericani, dagli studiosi della teologia della liberazione, e in Europa da alcuni francesi.

“E’ certo però che con ‘religiosità popolare’ si indica un fenomeno più vasto e complesso di cui la ‘pietà’ o il ‘cattolicesimo popolare’ sono delle componenti. Per questo si pensa che il termine ‘religiosità popolare’ sia tuttora il più onnicomprensivo per uno studio del fenomeno. Infatti accanto alla ‘pietà’ o al ‘cattolicesimo popolare’ che implicano notevoli aspetti (pratiche religiose fondamentali, forme polari di devozioni come il culto dei santi, pellegrinaggi, processioni, feste religiose, confraternite, ecc. e spiritualità popolare, spesso vissuta – all’interno della comunità cristiana – come sfasatura o in contrasto con la spiritualità raffinata ed elitaria dei teologi) non si possono trascurare altre componenti, strette tributarie di immagini del passato, che sono rimaste spesso sconcertate o scombussolate di fronte alle nuove rappresentazioni della teologia che si preoccupa di mantenersi allineata con la cultura contemporanea”. Io sceglierò “religiosità popolare” come religione del popolo sia perché la più seguita, ma anche perché, e ne sono convinto, questa definizione identifichi la fede del popolo.

Il popolo, la massa anonima della gente, vive una propria fede con i modi, le forme, a lui più congeniale. E’ un modo di esprimere la propria fede con la propria sacralità. Il popolo manifesta la propria sete di Dio con manifestazioni cultuali, poveri e semplici, ma non senza una grande generosità e sacrificio, che spesso rasenta l’eroismo.

Un altro problema per gli studiosi è quello di trovare un accordo sul termine popolare. Che cosa vuol dire popolare? Che cosa intendiamo per popolare? Possiamo intendere per popolare, una religiosità che è stata creata dal popolo, oppure che è nata dal popolo, che ha avuto la sua origine dal popolo. Possiamo ancora intendere che la religione nata dalla Chiesa istituzionale, da una Chiesa borghese, da una Chiesa nobile, è stata recepita dal popolo che la ha fatta sua; la ha calata nella propria cultura e la ha usata in modo a lui più congeniale. Possiamo ancora pensarla come un’avversione del popolo verso le forme raffinate dei ricchi, vescovi e nobili, da cui scaturisce una “religiosità” grossolana, popolare come popolaresco in senso dispregiativo e peggiorativo. Possiamo anche dedurre che nasca da un’avversione alla religione che è incarnata nello stato, nell’organizzazione politica e sociale di un certo momento, e che si esprime in modo brutale e illogico.

* * * Il termine “popolare” fin qui l’abbiamo interpretato sotto l’aspetto socio-culturale. Osserviamolo sotto l’aspetto teologico. Quando parliamo di “religiosità popolare”, non dobbiamo dimenticare che il protagonista di questa “religiosità” è il popolo, cioè il popolo di Dio. Il Decreto Conciliare “Lumen gentium”, nei numeri 9-17, ci parla del Popolo di Dio. Questo popolo è scelto da Dio, che lo fa suo, gli dà un sacerdozio, e deve vivere con Lui e per Lui. Cioè vivere la sua santità ed esercitare la missionarietà che gli è stata affidata. Particolarmente nel n. 9, fa riferimento al popolo privilegiato, il popolo ebraico, che è stato scelto con un atto libero di Dio e per un atto voluto da Dio. Tutto questo lo vediamo descritto nella Bibbia. Nell’Antico Testamento non si parla di popolo né in modo dispregiativo, né coloro che appartengono al popolo sono una categoria inferiore. La Bibbia presenta il popolo non in opposizione alla categoria dominante o ad un’élite privilegiata. Ma il popolo è composto dai re e dai soldati, dai ricchi e dai poveri, dai profeti e dagli indovini…. Il popolo è fatto dai diversi. Anche nel n. 73, sempre della “Lumen gentium”, il Concilio dice: “Tutti gli uomini sono chiamati a formare il popolo di Dio”. Cioè il popolo è formato dalla diversità di popoli. Nell’Antico Testamento il popolo sono le dodici tribù di Israele.

* * * Chiarito il concetto di “popolare” e di “religiosità” cerchiamo adesso di comprenderli insieme. La “religiosità popolare”. spesso è stata paragonata alla mancanza di religione di un popolo. Un popolo che non sa di religione messo a confronto a chi sa. Ancora un popolo che sa male di religione, messo a confronto a chi sa bene di religione. Il popolo messo di fronte ai chierici, ai militanti nella Chiesa, di fronte ad un gruppo di élite che vive nelle sacrestie e che si crede non contaminato da una religiosità povera, senza valori, e fanatica. La “religiosità popolare” è stata ancora vista come l’espressione di una folla che mossa solo dalle passioni, dagli istinti, senza intelligenza e razionalità, e che non si è fatta guidare da chi è colto ed intelligente. La “religiosità popolare” spesso è stata intesa come fede dei semplici e dei poveri di fronte alla fede dei teologi. Si è inteso come la deviazione alle espressioni di fede di un popolo; o alla marginalità delle espressioni di fede dal culto ufficiale della Chiesa. Spesso è stata intesa come forme di paganesimo distinte dal vissuto. Come si può vedere siamo di fronte a tante indicazioni che sono talmente vaghe e incerte, indefinite e confuse, possiamo comprendere la polemica di Gabriele De Rosa che nega totalmente che nella “religiosità popolare” ci sia una prevalenza di contenuti classisti e che invece vede nella “religiosità popolare” la religiosità del popolo di Dio. Né possiamo parlare di dicotomia con la gerarchia, né con la mentalità o la cultura, accettando la convinzione di alcuni che la “religiosità popolare” è frutto di convinzione di un popolo scarsamente culturale e che vive la fede in modo folcloristico.

* * * La “religiosità popolare” è espressione della fede? La Chiesa, lungo i secoli, avvertendo nella propria liturgia e nel culto elementi estranei al concetto fondamentale della rivelazione avuta da Cristo, ha dato impulso alla pratica del culto ufficiale. Nel secolo XIV con la nascita della devozione moderna si trova la prima distinzione tra atteggiamenti religiosi personali e atteggiamenti religiosi ufficiali, istituzionali. La Chiesa si presenta con il suo immobilismo fondato su una liturgia che ha la sua forza sull’uso del latino e il suo ritualismo che non fa nulla per essere comprensivo e che difficilmente si inserisce nel tessuto sociale della gente, e nel tessuto reale di vita del popolo cristiano. Questo dualismo che convive tra la gente e la classe degli ecclesiastici resiste anche alle critiche delle Chiese della Riforma protestante che accusa il cattolicesimo per le superstizioni del culto dei santi, soprattutto della Vergine Maria, e le esagerazioni nell’esprimere la propria fede e come questa si cala nella realtà della vita (forme penitenziali, forme culturali legati ai sacramenti…), legata alle forme sentimentali e che non è capace di formare coscienze moralmente cristiane.

Il 28 agosto 1794, la Santa Sede emette la Bolla “Auctorem fidei” che pone fine a tutte le discussioni sui problemi della fede e ai suoi modi di esprimerla. Tale condanna non cancella il devozionismo religioso, ma rafforza “il dualismo cultuale e religioso che venne ritenuto quasi una caratteristica della Chiesa cattolica” e apre a qualsiasi forma di devozione. Il movimento liturgico, agli inizi del secolo XX, progetta di coinvolgere le masse popolari, cercando di riportarle alla vera liturgia e convincerle che la fede non può essere espressa solamente da forme devozionali. Vi è una polemica molto forte per stabilire quale è il rapporto tra la liturgia e le devozioni. Nel 1947, il Papa Pio XII, con l’enciclica “Mediator Dei”, seppure riconoscendo alla liturgia ufficiale il ruolo primario e di guida all’interno della Chiesa, cerca di giustificare il dualismo cultuale.

Il Concilio Ecumenico Vaticani II, il 4 dicembre 1963, nella Costituzione conciliare sulla sacra liturgia “Sacrosantum Concilium”, al n. 12 e 13, sembra rafforzare il concetto che all’interno della Chiesa possono anche convivere forme devozionali con particolari vincoli giuridici. Nel n. 12 dice: “la vita spirituale non si esaurisce nella partecipazione alla sola liturgia”. Questo vuol affermare che il fedele può vivere altre forme di religiosità e può esprimerle con forme proprie. Addirittura aggiunge che “i patimenti di Gesù morente”, l’apostolo deve viverle “nella propria carne mortale”. Si pensi alle forme di penitenza del medioevo, che poi hanno creato nuove forme di religiosità (vedi la settimana santa). Il popolo vive la propria espressione religiosa in modo spontaneo, secondo la propria vita, cercando di far calare la propria fede nelle consuetudini proprie.

Nel 1975, Paolo VI, nella “Evangelii nuntiandi”, come abbiamo visto, parla della “religiosità popolare” come “espressioni particolari della ricerca di Dio”. Il Papa vede nella “religiosità popolare” la manifestazione della sete di Dio, che rende i poveri e i semplici capaci di comprendere e di avvicinarsi a Dio. Il Papa legge nelle forme di “religiosità popolare” “atteggiamenti interiori raramente osservati altrove”. Il Papa coglie l’espressione genuina e autentica della fede che il popolo esprime in un modo suo proprio. Le forme esteriori della fede che vengono manifestate con la religiosità popolare hanno sostituito il vuoto lasciato dalla liturgia ufficiale, dalle forme standardizzate ed ermetiche, “lontana” dalla gente e incomprensibile al popolo, il quale ha sviluppato un proprio modo di vivere la fede. Pur permanendo una distinzione tra liturgia e “religiosità popolare”, non esiste alcuna distanza incolmabile, né contrapposizione, ma integrazione e reciproco arricchimento.

I Vescovi italiani sono convinti che, seppure vi possono essere rischi e possibili deviazioni, la “religiosità popolare” se ben orientata diventa vera espressione della fede, infatti ricordano nel documento “Chiesa italiana e Mezzogiorno”: “L’evangelizzazione non mira in alcun modo al soffocamento delle manifestazioni della ‘pietà popolare’, ma soltanto alla sua purificazione, che ne metta in evidenza gli aspetti positivi, quali il profondo senso della trascendenza, la fiducia illimitata in Dio provvidente, la ‘via del cuore’ nella percezione di Dio, l’esperienza del mistero della croce nella sua drammaticità, ma anche nella sua valenza salvifica, la confidenza filiale nella Madonna, il senso tipicamente cattolico dell’intercessione dei santi. Al contempo ne qualifica la gestualità e il riferimento alla natura, impedendo che diventi ‘l’alternativa dei poveri’ alla Liturgia. Senza questa purificazione data da una nuova evangelizzazione, la pietà popolare, pur essendo aperta e orientata alla trascendenza, può ridursi a essere domanda senza risposta, croce senza risurrezione, gestualità senza contenuti, memoria di pure emozioni, solidarietà senza comunione. L’evangelizzazione, invece, agevola il passaggio da una religiosità gratificante, consolatoria, a una fede liberante, da espressioni individualistiche e quasi celebrative delle proprie difficoltà a esperienze di autentica comunione, da un immobilismo chiuso ed evasivo a un vero impegno storico”.

BIBLIOGRAFIA Bibliografia Vaticano II, Costituzione Sacrosantum Concilium sulla sacra liturgia, 1963. Vaticano II, Costituzione dogmatica Lumen gentium sulla Chiesa, 1964. Vaticano II, Costituzione Pastorale Gaudium et spes sulla chiesa nel mondo contemporaneo, 1965. Paolo VI, Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, 1975 C.E.I., Sviluppo nella solidarietà – Chiesa italiana e Mezzogiorno, 1989 Bo V., La religiosità popolare, Cittadella Ed., Assisi 1979. Bo V., Feste, riti, magia e azione pastorale, Ed. Devoniane, Bologna 1983. Centro Pastorale di Cesena-Sarsina (a cura di Amato G.), Feste parrocchiali e religiosità popolare, in Catechesi, n. 4, Elle Di Ci, Leumann (TO), 1995, pp. 28-31. Cesareo V., Cipriani R., Garelli F., Lanzetti C., Rovati G., La religiosità in Italia, Mondatori, Milano 1994. G. De Rosa, Chiesa e religione popolare nel Mezzogiorno, La Terza, Roma-Bari 1978. Lombardo G., La Chiesa e i suoi Ministeri, Ed. Istina, Siracusa 1993. Lombardo G., Corpaci A., Giovani dai mille colori. Religiosità e fede nel Siracusano, Ed. Istina, Siracusa 1998. Naro C., Che cosa è pietà popolare, in Momenti e figure della Chiesa Nissena dell’Otto e Novecento, Ed. del Seminario, Caltanissetta 1989. Randazzo S.B., Religiosità. Mistagogia e pietà popolare in Sicilia, Ed. Biblioteca Francescana, Palermo 1992. Sorce V., Inculturazione e fede, SEI, Torino 1996.

http://www.cstb.it/index.php?page=religiosita_popolare.php&menu=

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