Missionari Iblei

Centro Missionario Diocesano – Ragusa

L’arma dello stupro

di Anna Pozzi
Decine di migliaia di donne hanno subìto violenze sessuali.Una «guerra nella guerra» che lascia profonde ferite nei corpi, nell’anima e nella società
Kalemie ha solo quindici anni e non ha più futuro. L’hanno stuprata orribilmente. Più uomini, ripetutamente. L’hanno brutalizzata con le canne dei fucili. È viva per miracolo, ma non potrà più avere figli. Per la sua cultura non è più una donna, non è più niente.

Solange ha 22 anni ed è gia stata operata sei volte. Quando è arrivata era malnutrita e piena di fibrosi rettali e vaginali. È stata rapita e «usata» per anni come schiava sessuale in foresta, dove ha partorito anche un figlio. Anche l’anziana donna che le sta a fianco non è stata risparmiata. Le hanno ucciso marito e figli e l’hanno stuprata con i fucili facendole collassare gli organi genitali. Un’altra dice che ha subìto molte aggressioni ed è stata violentata da cinque uomini.
C’è un intero reparto di donne violentate nell’ospedale Panzi di Bukavu. Sono in media tra le 200 e le 250; circa 3.600 in un anno. Una piccolissima parte di quelle che subiscono violenze sessuali in questa guerra che non guarda in faccia nessuno e si accanisce contro i più deboli. Sono la testimonianza dolente della ferocia, malvagità e bestialità a cui può arrivare l’uomo.
Un’inchiesta condotta dal Fondo Onu per la popolazione (Unfpa) nel 2006 su metà dei centri sanitari del Congo aveva individuato 50 mila casi di stupro, 25 mila dei quali in Sud Kivu. I responsabili sono indistintamente militari, poliziotti, ribelli, banditi… Stupri come «arma di guerra», ma anche come frutto della violenza cieca e fine a se stessa.
Il dottor Denis Mukwege sa bene cosa significa. Dirige l’ospedale Panzi da una decina di anni e di casi ne ha visti moltissimi. E anche se oggi è una personalità internazionale – ha ricevuto, tra gli altri, il premio Olof Palme, per iniziative di eccezionale valore – è sempre in prima fila a lottare sul campo.
Nel suo ufficio risponde al telefono preoccupato. Sono i suoi collaboratori di Lemera, più a sud, dove è stato direttore sino al ’96, che gli comunicano che l’ospedale è stato attaccato e saccheggiato e i malati sono fuggiti, insieme alla popolazione locale. «Ci sono troppi interessi in questa regione – commenta amareggiato -. E l’interesse per l’uomo viene dopo gli interessi materiali».
Quello che vede passare davanti ai suoi occhi e sotto i suoi ferri è lì a testimoniarlo ogni giorno. «La violenza, specialmente quella contro le donne – dice -, ha assunto una di¬men¬sione e una gravità inaudite. Non parliamo più solo di stupri, ma di vere e proprie torture. In alcuni villaggi tutte le donne sono state violentate, rapite, ridotte a schiave sessuali, contagiate dall’Aids; un trauma per tutta la comunità, che provoca la distruzione della struttura e della coesione sociale».
Esther, una delle assistenti sociali che accompagnano le donne dopo le operazioni verso un possibile reinserimento sociale, racconta tutte le difficoltà che queste incontrano: «Cerchiamo di parlare con la famiglia, ma alcune non hanno più nessuno. E anche quando ci sono, i parenti fanno fatica ad accogliere di nuovo queste donne, specialmente se hanno avuti figli in seguito allo stupro».

IN UN RAPPORTO del novembre 2007, il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, parla delle violenze sessuali in Congo come di un fenomeno «endemico», denunciando «tra i principali autori di questi atti» i servizi di sicurezza governativi. Il ministro degli Esteri belga, Karel De Gucht parla addirittura di «genocidio sessuale». Mentre già nel 2002 Human Right Watch pubblicava un rapporto dal titolo La guerra nella guerra.
Teresina Caffi, missionaria saveriana a Bukavu, conosce personalmente molti casi e ha assistito diverse donne. «La violenza contro la popolazione civile e, in particolare, contro le donne ha raggiunto livelli di disumanità terrificante. È come se volessero profanare le donne per distruggere, attraverso di esse, tutto ciò che è sacro per la cultura e la morale di questa gente. In questo modo stanno annientando un intero popolo».
Anche al Centro Olame di Bukavu sono passati migliaia di casi. Del resto, questa struttura diretta da una donna straordinaria, energica e saggia, Mathilde Muhindo, ha alle spalle ben cinquant’anni di esperienza: una delle iniziative della società civile africana più mature ed efficaci. Nata per lottare contro la di-scriminazione femminile, si è dovuta riconvertire, più recentemente, anche all’assistenza e all’accompagnamento delle donne violentate.
L’impegno e la tenacia di Mathilde – che ha guidato anche una coalizione di organizzazioni per la difesa dei diritti delle donne – hanno portato finalmente all’approvazione, nel luglio 2006, di una legge contro le violenze sessuali. Peccato che regni ovunque l’impunità. Per fare un esempio, nel Sud Kivu, nel 2005, sono stati registrati dalle strutture sanitarie 14.200 stupri;  solo 287 sono stati portati in tribunale; e appena per 58 ci sono stati verdetti di condanna.
«Donne, ragazze, talvolta anche ragazzini, violentati davanti ai loro familiari, torturati, mutilati.  Una barbarie inimmaginabile – denuncia Mathilde -. Difficile ricostruire la vita di queste donne. Ci proviamo, cercando di costituire gruppi misti, per non creare ghetti: vittime di guerra, di violenza, qualche vedova, alcune ragazze madri. Diamo un apporto psicologico e studiamo insieme strategie di reinserimento socio-economico nelle comunità. Lavoriamo molto sull’approccio partecipativo, anche per ricostruire i legami sociali così brutalmente spezzati».
Kaniola è un luogo tragicamente emblematico di queste violenze. Al limitare della foresta e delle montagne, dove si nascondono le Fdlr, è stato a più riprese teatro di scontri e rappresaglie. Moltissime donne di questa zona sono state violentate, brutalizzate, talvolta uccise. Quelle sopravissute raccontano storie agghiaccianti. Eppure Kaniola è anche un simbolo di speranza. Che nasce soprattutto dalla fede della gente. È impressionante vedere migliaia di donne affollare la chiesa per pregare la Madonna di Fatima, la cui statua è di passaggio da queste parti. Una devozione sincera, e forse anche un’àncora di salvezza spirituale in un mondo che sembra aver perso tutti i riferimenti.

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