Missionari Iblei

Centro Missionario Diocesano – Ragusa

Quale pastorale per essere comunità ospitale.

I credenti discesi dalla decima montagna, con gli alberi che offrono riparo alle pecore, ecco chi sono: sono i vescovi dall’accoglienza ospitale, quelli che hanno fatto spazio nelle loro case ai servitori di Dio di passaggio con letizia e senza convenzionalismi. Sempre questi vescovi hanno protetto con il loro ministero gli indigenti e le vedove ed hanno sempre santamente vissuto. Costoro dunque saranno a loro volta protetti dal Signore in eterno. Quelli che così avranno agito sono gloriosi presso Dio e già da ora il loro posto è con gli angeli, a patto che perseverino sino alla fine nel servizio (leitourgía)del Signore (Erma, Sim 9, 27).

Nella mia traduzione ho voluto conservare l’enfasi che il testo originale pone su questa particolarissima, e per noi oggi poco usuale, descrizione elettiva del ministero episcopale: un ministero incentrato, si direbbe, sull’accoglienza dell’ospitalità sincera e lieta dei forestieri, frutto naturale dell’abitudine del vescovo a tenere sotto la sua accogliente protezione le membra più deboli del gregge di Dio e, in definitiva – ma va fortemente sottolineato –, frutto di una vita santamente vissuta. Proprio in questo esercizio dell’accoglienza infatti – è questa la tesi di Erma – consiste veramente il ministero episcopale, la sua leitourgía del Signore.

Ringrazio il Confratello vostro Vescovo, Mons. Paolo Urso, per aver pensato a me per questa relazione; e in particolare lo ringrazio per avermi anche detto il motivo della sua scelta col riferirsi alla mia ultima lettera pastorale alla diocesi monrealese dal titolo “La nostra Chiesa accogliente”.
Ho avuto modo di prendere atto, grazie ai resoconti che mi sono stati inviati, del contesto nel quale si inserisce questo mio contributo. Si tratta del vostro percorso di aggiornamento per l’anno pastorale 2012-2013, che ha come tema “La verità della parrocchia”. Dopo la riflessione introduttiva sul tema della Verità attraverso l’approccio cristiano che ne ha fatto magistralmente il vostro Vescovo, nel corso dell’attuale bimestre ottobre-novembre vi siete accostati alla tematica che ora ci interessa più da vicino, “Parrocchie vere, comunità ospitali”, impegnandovi in un laboratorio articolato su quattro passi:
1. Primo passo: condividere cosa ci chiedono o si aspettano da noi o ci fanno capire che desidererebbero coloro che incontriamo ogni giorno nel ministero.
2. Secondo passo: ritornare sulle risposte date e condividere quali iniziative (personali o legate all’azione di un gruppo o comunitarie) o impostazioni pastorali attuiamo per essere ospitali.
3. Terzo passo: riflessione personale sui brani in appendice.
4. Quarto passo: formulare proposte pastorali che ci aiutino ad essere comunità più vere nell’ospitalità.
La relazione che mi è stata affidata, Quale pastorale per essere comunità ospitali, ha un evidente taglio pratico; dovrò dunque trattarla come tale. Anche per questo procederò, almeno da un certo punto in poi, sulla traccia delle tre sintesi dei passi 1, 2 e 4 che mi sono state trasmesse (del passo n. 3, dedicato alla riflessione personale sulla letteratura proposta in appendice al laboratorio, non è stata apprestata, com’era ovvio, una sintesi).
Prima però di procedere sugli aspetti pratico-pratici avverto il bisogno di porre una premessa di carattere dottrinale, che ritengo indispensabile a una comprensione inequivocabilmente cristiana dell’accoglienza, tale da dare fondamento teologico a una “pastorale dell’accoglienza-ospitalità”. Col vostro permesso dunque traggo il primo punto di questa mia relazione riprendendone le idee da alcuni passaggi della mia citata lettera pastorale.

1. Su un piano meramente filosofico, comincio col ricordare che l’accoglienza è una categoria strettamente antropologica e, dunque, di valore tutt’altro che banale. Nel suo senso proprio e primitivo, “accoglienza” è l’atto con cui un uomo riceve un altro uomo col dargli posto in ciò che gli appartiene. “Accogliere” pertanto si distingue dal semplice “ricevere” proprio per il tipo di coinvolgi¬mento personale che l’accogliere comporta. Il termine in realtà esprime una particolare modalità del nostro relazionarci con l’“altro”, una modalità che si ha allorché qualcuno, precedendoci, si offre in qualche modo a noi. Noi possiamo ricevere o no questo qualcuno ma, ricevendolo, sappiamo di impegnarci con lui imprimendo alla nostra vita un mutamento più o meno importante ma sempre consistente. In ogni caso abbiamo a che fare con un coinvolgi¬mento che interessa tutti e due i termini della relazione: colui che chiede di essere accolto e colui che accoglie.
Non sempre la richiesta di accoglienza è esplicita; essa può essere anche implicita ed è affidato in questo caso alla sensibilità di chi ne viene interpellato il saperla intravedere e accoglierla con la delicatezza del caso.
E naturalmente possiamo sempre domandarci, più particolarmente nel caso di una richiesta esplicita, se tale richiesta debba o possa essere ritenuta legittima. Ebbene, la risposta non esclude quasi mai una certa problematicità.
Poniamo ad esempio la “richiesta” più che esplicita di Gesù a Zaccheo di essere accolto a casa sua: era certamente legittima, e Zaccheo intuì che lo fosse (cfr Lc 19,2-8). Tuttavia, senza il supplemento di grazia del quale stava fruendo in quel momento, Zaccheo avrebbe anche potuto non intuire che lo era e porsi il problema circa la sua legittimità o, almeno, della sua opportunità.
Diverso è invece il caso di Filippo, che si fa accogliere dall’eunuco sulla strada verso Gaza. Qui la richiesta è del tutto implicita e, come tale, non poteva fare problema all’eunuco, che pertanto la avverte e ne coglie tutta l’opportunità (cfr At 8,27-31). Meno ancora può dare luogo a un problema di legittimità la domanda non avanzata, ma unicamente avvertita nella sua drammatica oggettività dal buon samaritano della parabola di Luca, che di fatto se ne sentì interpellato (Lc 10,33-35).
Di tutt’altra natura è invece il caso della richiesta di Simone il Mago agli apostoli perché imponessero le mani su di lui (At 8,18-20). Si trattava di richiesta fin troppo esplicita nelle sue motivazioni, per giunta accompagnata da un’offerta di denaro, ma non era una richiesta da accogliere, e Pietro, che aveva ben compreso le intenzioni di Simone, seppe rispondere per le rime.
Tutte queste considerazioni fanno capire che non si accoglie a caso, così come non si può rifiutare l’accoglienza per un capriccio. Se è vero che la capacità di accoglienza nell’uomo corrisponde a una sua naturale apertura verso l’altro – sicché è giusto concludere che l’incapacità invincibile di accogliere è da imputare a un deficit della naturale apertura all’esterno di sé, quale si ha in alcune patologie di tipo egocentrico –, è anche vero che alla base di un atteggiamento corretto di accoglienza c’è sempre una personalità sana e matura. Proprio questo ci aiuta a capire che l’attitudine all’accoglienza nell’uomo, per quanto a lui connaturale, può, anzi deve, essere educata. Solo una buona educazione all’accoglienza saprà infatti sviluppare in noi il delicato equilibrio tra la generosità e la finezza critica necessaria per discernere se, quando e con quali modi si debba accogliere.
In conclusione non possiamo fare a meno di osservare come l’accoglienza dell’altro comporti sempre un esporsi alla sorpresa – dunque anche al rischio. Non alludo però solo a ciò che di sorprendente, al positivo e al negativo, può sempre venirci dall’altro; vorrei alludere invece, anche e soprattutto, a quella scoperta sempre possibile di una verità di sé, sconosciuta a se stessi, che proprio il momento dell’accoglienza dell’altro è in grado di mettere in luce.
Passando a un piano di riflessione teologica, possiamo porci la domanda ardita: può l’uomo “accogliere” Dio? Ebbene il Catechismo della Chiesa Cattolica intitola il suo primo capitolo utilizzando l’antica affermazione teologica dell’“homo capax Dei” (l’uomo è capace di Dio). Quell’affermazione sta a significare che nella natura dell’uomo c’è qualcosa che lo dispone ad aprirsi a Dio come per un istinto primordiale. Sebbene Egli rimanga invisibile ai suoi occhi, l’uomo è portato a considerarlo come l’Altro per eccellenza, oggetto insopprimi¬bile del suo desiderio. «Tu ci hai fatti per Te, Signore», ha scritto sant’Agostino all’inizio delle Confessioni, «e il nostro cuore non ha quiete fino a quando non riposi in Te».
Ma parlare di accoglienza di Dio, avendo attenzione a quanto si è precisato sopra, è possibile solo presupponendo che Dio stesso si offra all’uomo perché lo accolga. È, questo, un dato che configura da parte di Dio un coinvolgimento, diciamo pure una sua misericordiosa condiscendenza, che solo la grazia della fede è in grado di percepire. Accogliere Dio in questo senso significherà anche, e sempre, come nel caso sopra ricordato di Zaccheo, aprirsi alla sua misericordia (cfr Lc 19,9-10).
Dobbiamo però riconoscere che i connotati dell’accoglienza che l’uomo dà a Dio non sono gli stessi dell’ac¬coglienza tra uomo e uomo. In realtà è la fede stessa a stabilire l’uomo in un rapporto irriducibile di “obbedienza a Dio”. Accogliere Dio perciò non potrà mai essere da parte dell’uomo espressione di generosità, quale invece è sempre possibile riscontrare quando l’uomo accoglie il suo simile. Caso mai, diremo che ciò che radicalmente rende possibile l’apertura accogliente dell’uomo nei confronti di Dio è la magnanimità di Dio nei confronti dell’uomo. Da ciò deduciamo che accogliere Dio suppone necessariamente che noi siamo stati già accolti da Lui in termini assolutamente prioritari: che Egli cioè è l’Accogliente in un senso assolutamente originario, che anzi, in definitiva, Accoglienza è uno dei suoi nomi adorabili: come dire il volto del suo essere Amore (1Gv 4,8).
È soprattutto per questo che l’accoglienza dell’altro vissuta da noi credenti risentirà sempre, ad ogni nuovo episodio, della nostra primordiale sconvolgente esperienza di aver accolto nella nostra vita Colui dal quale siamo eternamente accolti.
L’evangelista Giovanni, dopo avere evocato l’ingresso nel mondo del Verbo di Dio (Gv 1,4) e denunciato il suo misconoscimento da parte del mondo (ib., 10), l’evangelista contesta alla “sua gente”, ossia all’Israele depositario della promessa messianica, di averlo rifiutato.
Venne tra i suoi e i suoi non lo hanno accolto (ib., 11).
Siamo in presenza di un rifiuto che il testo precisa come negazione dell’accoglienza, anche se l’autore sacro riconosce che non tutti gli israeliti lo hanno rifiutato. Ci sono in effetti quelli che lo hanno accolto (ib., 12a): sono quelli che credono nel suo nome (ib., 12c): quelli cioè che hanno creduto e credono nella persona di Cristo, accettando il suo mistero. Sappiamo che l’Evangelista stava pensando anzitutto ai cristiani della prima ora provenienti dal mondo israelitico, ai quali presto si erano aggiunti i tanti provenienti dal paganesimo. Agli uni e agli altri il Cristo, in grazia della medesima fede in Lui, ha dato potere di diventare figli di Dio (ib., 12b), in virtù di una nuova nascita non comparabile con quella naturale:
i quali non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati (ib., 13).
Senza usare la parola “chiesa”, Giovanni ci rinvia al fondamento di essa: al suo principio generatore, che è il dono della fede in Cristo Gesù. Osservando le cose dalla nostra angolatura diremo che la Chiesa è il luogo nel quale Gesù Cristo, la sua persona e il suo mistero, viene accolto nella fede e che è nell’accoglienza a Cristo che troviamo la vera fonte dell’accogliere cristiano.
L’accoglienza che noi, in quanto Chiesa generata dall’amore, facciamo a Cristo, oltre a dare una concretezza quali¬fi¬cata al nostro rapporto di fede con Lui, diventa anche il paradigma e in qualche modo la sorgente di ogni altra accoglienza fatta nella Chiesa e a nome della Chiesa: Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e mi avete dato da bere… Nell’ultimo giorno saremo giudicati da questa ospitalità concreta e quotidiana. Questo è il mio comandamento – ci ha detto il Maestro –: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando (ib. 15,12-14). E il “come”, tipico del vangelo di Giovanni, non ci propone solo il modello e la qualità del nostro amore tra discepoli, un amore simile a quello con cui Cristo ci ha amati; quel “come” ci dice soprattutto che il nostro amarci ha la sua fonte genuina nell’amore stesso di Cristo per noi: è lo stesso suo amore che noi ci scambiamo fino al più alto coinvolgi-mento personale, poiché «nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici». Per una sorta di circolarità tra causa ed effetto diremo perciò che solo allora noi potremo dirci veramente “suoi amici”, quando riusciremo a fare davvero nostro il suo “comandamento”.
«Accoglietevi perciò gli uni gli altri (faccio mia a questo punto la conclusione pastorale tirata da Paolo in Rm 17,15), come anche Cristo accolse voi, per la gloria di Dio» (Rm 17,15). E diciamo che praticare l’accoglienza è lo stesso che pagare un debito lungo e antico, con Dio e con il suo Cristo. È accettare di essere quel che siamo, con semplicità e gratitudine, dentro quest’opera, altrimenti detta “storia della salvezza”: di esservi come la maglia piccolissima di una rete infinita di relazioni costruttive che a nessuno è lecito interrompere per sua incapacità di accoglienza. Assicurare alla nostra capacità di accoglienza la freschezza e la disarmante genuinità del bambino è possibile solo continuando a impararla sempre nuovamente da Lui: da Gesù Cristo stesso attraverso la sua parola. «Perciò», ci esorta l’apostolo Giacomo, «liberatevi da ogni impurità e da ogni eccesso di malizia; accogliete con docilità la parola che è stata piantata in voi e può portarvi alla salvezza» (Gc 1,21).
Dopo l’accoglienza alla parola di Dio – a cui va sempre data priorità assoluta – a noi cristiani è chiesto, prima ancora di impegnarci a far qualcosa per l’altro, che gli apriamo le porte del nostro cuore; che sappiamo quasi per istinto guardare alle necessità effettive e legittime dell’altro, pronti sempre a mettere in seconda e anche in terza istanza le nostre proprie necessità, quali che siano; che ci sia connaturale prescindere dalla collocazione culturale, religiosa, sociale e perfino morale di chi ci chiede accoglienza, come ancora ci viene raccomandato questa volta dall’apostolo Paolo: «Accogliete chi è debole nella fede, senza discuterne le opinioni» (Rm 14.1). Poiché l’accoglienza – quella vera – è essa stessa una forma della speranza, e niente le è più estraneo della rassegnazione.
2. Andiamo ora al pratico – ma c’è davvero qualcuno che possa mettere in dubbio la “praticità” di quanto abbiamo detto fino ad ora?
a) Il primo vostro laboratorio suggeriva dunque di considerare le cose che ci chiedono o si aspettano da noi o ci fanno capire che desidererebbero coloro che incontriamo ogni giorno nel ministero.
Ho trovato interessante rilevare una domanda, che mi è parsa sottesa alla prima considerazione, nella quale veniva sottolineata la condizione di secolarizzazione della società d’oggi. E la domanda è questa: «Ma siamo davvero certi che ci sia oggi qualcuno che ci tenga ad essere accolto nella comunità cristiana, qualcuno che chieda (in particolare ai sacerdoti) di esservi accolto veramente?
Per rispondere, io mi rifarei qui volentieri a quanto accennavo prima a proposito delle domande di accoglienza implicite (o inespresse, come è detto nella sintesi) e alla sensibilità che ci vuole per cogliere tali domande. Una tale sensibilità può nascere solo da amore sincero e fiducia magnanima nell’uomo, in ogni uomo. Ma anche dalla consapevolezza che ogni presbitero ha (deve avere) di ciò che “veramente giova alla salvezza” dei fratelli, aldilà di quello che nell’attualità del momento essi riescano, o vogliano, percepire. Ed è, questa, una sensibilità che solo la consuetudine con Cristo, alimentata dalla preghiera, può creare e far crescere.
Le considerazioni del laboratorio si occupano poi delle domande di accoglienza più comuni della nostra gente: da quella di chi desidera svolgere un impegno in parrocchia a quella di chi cerca solo una stazione di servizi sacramentali e di feste religiose; di chi soffre di povertà materiali e chiede perciò assistenza sociale ed economica e di chi chiede che venga data rilevanza con dei segni nella liturgia a momenti come gli anniversari di matrimonio e simili; di chi chiede conforto per problemi derivanti dalla vita familiare o matrimoniale e di chi vuole capire certe norme ecclesiastiche; di chi ha problemi spirituali e di chi vive il dramma dell’emigrazione; fino alle domande di coloro che hanno bisogno di comprensione, vicinanza, apertura, amicizia, affetto ecc. È a questo punto che l’estensore della sintesi conclude dicendo: «Sicuramente, dietro ognuna di queste situazioni vi sono domande inespresse, di ricerca di Dio, che forse fatichiamo a decodificare e a comprendere». È naturalmente una fatica che vale la pena affrontare.
A proposito di “servizi sacramentali, di feste religiose” e altri “segni nella liturgia”, nonostante le difficoltà incontrate per farmi capire (o almeno non essere frainteso), io rimango convinto che questo territorio continua ad essere quello su cui principalmente possiamo ancora puntare per costruire parrocchie accoglienti. Naturalmente io sono convinto quanto voi del fatto che, quando i nostri fedeli ci chiedono i sacramenti, quelli dell’Iniziazione cristiana come il “matrimonio in chiesa” – ma anche la “confessione” – e gli altri “segni nella liturgia”, non è per niente scontato che ci chiedono quello che la Chiesa intende offrire. – Ovviamente tutti ci auguriamo che almeno noi sacerdoti sappiamo in modo quanto più possibile corretto e pieno ciò che offriamo! Ed è proprio di questo che si tratta: di fare in modo che si avvii quanto prima e il più speditamente possibile questo processo di avvicinamento tra la domanda e l’offerta. Quando questo avvicinamento sarà avvenuto, quanto più spiritualmente e pastoralmente gratificante sarà per noi accogliere quelle domande! Ma bisognerà investire molto su catechesi e liturgia. Molto molto molto! Non solo sui piccoli! Non solamente su “corsi di preparazione”. Da quindici secoli abbiamo perduto il catecumenato, una perdita certamente gravissima tuttavia non irreparabile. Purtroppo abbiamo perduto anche la mistagogia, chiamiamola pure “catechesi liturgica”, non però la manualistica cerimoniale, quel ritorno sapienziale, abbeverato alla Parola di Dio, che ci riconsegna alla nostra dignità vera di cristiani, facendoci risalire a ciò che siamo diventati, e davanti a Dio siamo, per i santi misteri dei quali siamo stati insigniti. Al neocatecumenato va riconosciuto questo merito almeno: di avere impostato su questa base la pastorale e la spiritualità cristiana.
b) Il secondo passo ha realisticamente individuato diversi ostacoli effettivi alla costruzione di parrocchie ospitali, una digressione su movimenti e associazioni e l’invito a un tipo di accoglienza, diciamo così, borderline.
Tra gli ostacoli figura l’impreparazione a gestire la grande eterogeneità delle situazioni presenti in ogni parrocchia, i poveri soprattutto ci costringerebbero di fatto, per amore, a “vivere con, per e come loro”, senza che noi ci troviamo ad avere una reale predisposizione interiore sia nostra di sacerdoti sia delle persone che formano la comunità parrocchiale a spendere così la nostra vita. Si allude anche alla inadeguatezza strutturale della comunità parrocchiale ad aprirsi all’accoglienza ma anche alla mancanza di strutture adeguate a fornire “ospitalità”. Mi rimane però l’impressione che qui l’ospitalità venga intesa quasi unicamente nel suo senso sociologico.
Anche l’accenno al ruolo dei movimenti e delle associazioni nella missione della Chiesa, con particolare riferimento al modo con cui essi la svolgono, e con l’aggiunta dell’accusa di fare “spesso fatica a vivificare le comunità parrocchiali con i loro risultati positivi”, mi sembra avere un po’ l’aria di un giustificativo a discolpa.
L’invito concreto è a educarsi al senso vero della carità, per rendere la parrocchia “non solo luogo di culto, ma anche focolare umano, dove siano comprese ed accolte anche le molteplici sfaccettature del linguaggio umano (silenzi, sguardi, e così via), dove l’ascolto è privilegiato perché anche rabbia e paura possano trovare stima, dialogo e relazione vera”. Si tratta dell’accoglienza a imitazione di quella di Dio per i suoi figli anche lontani: Egli non aspetta, per accoglierli, che prima si siano rimessi in ordine e abbiano rifatto il trucco.
c) Il quarto passo è quello delle proposte. Con qualche precisazione e distinguo, non esito a farle mie.
Mi piace l’invito a concepire l’accoglienza come possibilità di dar vita a relazioni ospitali da mettere in rete, al fine di assicurare all’accoglienza stessa durevolezza e stabilità.
L’ulteriore invito a privilegiare il primato dell’essere sulla funzione lo estenderei non solo all’oggetto dell’accoglienza, come mi sembra avvenga nel testo della sintesi, ma anche – anzi prima di tutto – all’aspirante soggetto dell’accoglienza. Questo in ossequi ai principi dottrinali da me esposti. Sono poi d’accordissimo sulla necessità dell’assenza di pregiudizi e della tentazione di asservire le persone accolte a eventuali progetti o, addirittura necessità personali, del parroco o della comunità. Non strumentalizziamo mai l’accoglienza.
Interessante e del tutto pertinente, sulla scia di quest’ultima cruda osservazione, l’invito a “impegnarsi come comunità cristiana in percorsi di crescita dell’autenticità”.
Trovo infine formulate le seguenti proposte pastorali:
– Compiere un’opera di conoscenza profonda dell’ambiente della comunità (mi sembra piuttosto ovvia, ma è certamente importante);
– ricercare eventuali luoghi “neutri” per creare uno spazio aperto ma discreto, in cui, nel dialogo, poter esprimere il disagio e la fatica della propria ricerca, in rapporto alle attese nutrite nei confronti di Dio, della Chiesa, della religione (se non capisco male, una sorta di “cortile dei gentili”. Penso che può essere una buona idea, ma forse un po’ troppo ardua da realizzare a livello parrocchiale);
– ipotizzare un vero e proprio ministero di accoglienza (su questo sono perplesso: ministero dell’accoglienza è già per sua natura quello del vescovo e del suo presbiterio. Si tratta di dare stile accogliente ad ogni ministero e servizio della Chiesa locale; delegare l’accoglienza a un ministro specifico potrebbe risultare addirittura fuorviante);
– esprimere una particolare vicinanza nei confronti di coloro che vivono sofferenze legate a malattie o lutti;
– creare una rete di relazioni con le famiglie che può nascere attraverso benedizioni delle case o possibili incontri nei quartieri, incentivando la pastorale familiare e la catechesi d’iniziazione cristiana familiare (nella mia lettera pastorale prima ancora di parlare della parrocchia come “locanda dell’accoglienza, parlo della famiglia in questi termini – permettetemi ancora un’altra autocitazione:
«La famiglia è per eccellenza il luogo dell’accoglienza, in essa infatti si accoglie la vita in tutti i suoi stadi: dal concepi¬mento e nascita all’accoglienza quotidiana della crescita dei figli nelle sue fasi diversificate e sempre sorprendenti; del manifestarsi delle loro scoperte, delle loro inclinazioni, delle amicizie, delle diverse vocazioni; della buona salute ma anche dei grandi e piccoli malanni; dei passaggi accompagnati dal successo e degli insuccessi; dei traguardi raggiunti e di quelli che rimangono all’orizzonte. Un’accoglienza dunque che sa rimanere sempre aperta, a costo di fatiche e prove dolorose, alle indicazioni di Dio; mai svilita a soggezione più o meno rassegnata ad un destino! Un’accoglienza invece come espressione di attesa, ricca di fede, di speranza e di carità.
E non mi fermo alla sola accoglienza dei figli. Prima ancora di questa sta l’accoglienza reciproca degli sposi, mai data una volta per sempre. Un’accoglienza costruita invece giorno dopo giorno, nell’avvicendarsi sempre nuovo degli eventi e degli incontri, nel crescere dell’esperienza di sé e dell’altro, nel continuo ma sempre sorprendente manifestarsi di punti di vista differenti, e però da rispettare nella loro diversità, da accogliere semmai come ulteriore risorsa per la famiglia piuttosto che come fonte di conflittualità. Accoglienza reciproca, quella degli sposi, da custodire nelle sue modalità e nei suoi stili, nella consapevolezza che è dai loro genitori che i figli apprendono l’acco¬glienza…
E parlo ancora dell’accoglienza che una famiglia cristiana ha il dovere di dare anche a chi non è membro di essa, soprattutto alle altre famiglie, con le quali essa condivide vocazione e sfide. Si tratta per la famiglia di sfuggire alla trappola del familismo, difficilmente compatibile con l’ispirazione evangelica; di misurare la propria capacità di aprirsi al suo esterno e di verificare la propria autenticità di famiglia “chiesa domestica”. Come potrebbe considerarsi chiesa domestica una famiglia che si limitasse a vivere passabilmente bene con se stessa, senza una dimensione missionaria?».
Formare famiglie così, cresciute nello stile evangelico dell’accoglienza è compito arduo delle nostre parrocchie: il compito dei compiti, oggi specialmente che si gioca il futuro della pastorale delle nostre chiese.
Permettetemi di concludere questa conversazione con voi riprendendo ancora una volta il finale della mia lettera.
«C’è nella tradizione ebraica un antico midrash che commenta l’episodio della colonna di nube che sovrastava gli israeliti nel loro primo peregrinare verso il Mar Rosso. La nube vi viene descritta come una roccia, da cui, come da una specie di pozzo rovesciato, sgorgava per gli Israeliti una colonna d’acqua precipitando a terra. Questa roccia librantesi miracolosa¬mente nell’aria seguiva notte e giorno gli israeliti, i cui capi, volendo far giungere l’acqua che ne defluiva fino ai loro accampamenti, s’erano assunti il compito di scavare dei solchi sulla terra e incanalarla opportunamente.
Il midrash è bello; e l’apostolo Paolo doveva certamente conoscere la tradizione da cui esso derivava, se ha potuto servirsi della stessa serie di immagini darne la chiave interpretativa cristiana, secondo cui “quella roccia era Cristo”, l’acqua che continua a sgorgarne è la “nostra bevanda spirituale”, a cui si accompagna “il nostro cibo spirituale”: bevanda e cibo che i “nostri padri” poterono bere e mangiare soltanto in figura. L’Apostolo non dice nulla sui capi dei diversi accampamenti degli Israeliti che, nella narrazione midrashica, con tanta diligenza “scavavano solchi”. Di che cosa erano figura? È facile dare la risposta, completando san Paolo: essi rappresentano i ministri della Chiesa, il cui più prezioso servizio consiste proprio nell’accogliere il dono di Dio e scavare i solchi necessari per farlo giungere ai fratelli?
Ulteriormente ci chiediamo che cosa possa significare oggi questo “scavare solchi”? Mi pare evidente che non possa significare solo “incanalare”: scavare solchi è qualcosa di più. Penso alla fatica necessaria perché l’acco¬glienza si allarghi, si allunghi, si espanda. Come dire: Ho accolto l’acqua per me; mi sono lasciato inondare dalla grazia di Dio come in un abbraccio; ora tocca a me impegnarmi a far sì che nello stesso abbraccio venga avvolto anche ogni mio fratello e ogni mia sorella, quanti più possibile. Voglio scavare solchi per il grande, immenso abbraccio del Dio-Amore. Ecco la fatica dei ministri ordinati, ciascuno secondo la propria vocazione e missione. Una fatica che nasce dall’amore e da esso, quello di Cristo, trae alimento e incremento».
Il nostro ministero ha a che fare dunque con la nostra “sete” della gioia degli altri. Non è una sete nata spontaneamente in noi: è una sete imparata dall’esperienza personale che ci è stato dato di fare della sete di Cristo. «Dammi da bere», dice il Signore alla Samaritana al pozzo (Gv 4,7). Quanti santi sacerdoti sono stati follemente contagiati da questa sete di Cristo, dal suo sitio (“ho sete”) pronunciato nello strazio della croce! Scavare solchi perciò esprime la logica derivante dall’aver fatto questa esperienza. Essa ci fa persuasi che la nostra esperienza di Gesù non ci riguarda da soli: che ci riguarda insieme con tutti gli altri. Ci fa persuasi che possa e debba toccare a tutti quello che è capitato a noi. L’accoglienza cristiana è frutto di questa logica, che fa di essa il capitolo centrale della teologia e dell’arte pastorale.
Noi sappiamo bene quanto poco abbia a che fare con l’abbraccio materno della Chiesa o con l’arte di “scavare solchi” un nostro eventuale malaugurato approccio burocratico, peggio ancora manageriale, con chi ci chiede di essere ospitati nella comunità ecclesiale. Non di norme da far osservare si tratta, ma di stile. E lo stile – che non si improvvisa mai – possiamo solo impararlo da Gesù Cristo e dai suoi santi. Sta qui la premessa imprescindibile della carità pastorale, il cui vero volto è l’accoglienza. Senza di essa il rischio della caduta di stile è sempre in agguato.
Cari confratelli sacerdoti, insieme con voi so quanto poco affidamento possiamo fare sulle nostre forze. Perciò mi dà conforto poter condividere con voi a questo punto della nostra conversazione con una bella invocazione del Servo di Dio, Paolo VI:
Signore,
da’ a questi tuoi ministri un cuore grande,
aperto ai tuoi pensieri e chiuso ad ogni meschina ambizione,
ad ogni miserabile competizione umana.
Un cuore grande,
capace di uguagliarsi al tuo
e di contenere dentro di sé le proporzioni della Chiesa,
le proporzioni del mondo,
capace di tutti amare,
di tutti servire,
di tutti essere interprete.
A Lui, il Signore, affido la speranza che siano rese vere le nostre parrocchie nel segno dell’accoglienza ospitale. E ne faccio passare la preghiera attraverso il cuore di nostra Madre Maria, di Colei che i Padri chiamarono anche con il nome di Platytéra, la Donna che ha accolto in sé Colui che l’universo intero non può contenere, Madre nostra acco¬gliente, Maestra della nostra accoglienza.

Mons. Di Cristina
aggiornamento clero del 27 novembre 2012
Diocesi di Ragusa

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