Missionari Iblei

Centro Missionario Diocesano – Ragusa


LA CAPPELLA SISTINA NARRA UNA STORIA DI LUCE, DI LIBERAZIONE, DI SALVEZZA

L’omelia di Benedetto XVI durante la celebrazione dei primi Vespri della solennità di Ognissanti

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 31 dicembre 2012 (ZENIT.org) – Riportiamo di seguito l’omelia pronunciata stasera da papa Benedetto XVI durante la Celebrazione dei primi Vespri della solennità di tutti i Santi, in occasione del 500° anniversario dell’Inaugurazione della Cappella Sistina.

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Venerati Fratelli,

cari fratelli e sorelle!

In questa liturgia dei Primi Vespri della solennità di tutti i Santi, noi commemoriamo l’atto con cui, 500 anni or sono, il Papa Giulio II inaugurò l’affresco della volta di questa Cappella Sistina. Ringrazio il Cardinale Bertello per le parole che mi ha rivolto e saluto cordialmente tutti i presenti.

Perché ricordare tale evento storico-artistico in una celebrazione liturgica? Anzitutto perché la Sistina è, per sua natura, un’aula liturgica, è la Cappella magna del Palazzo Apostolico Vaticano. Inoltre, perché le opere artistiche che la decorano, in particolare i cicli di affreschi, trovano nella liturgia, per così dire, il loro ambiente vitale, il contesto in cui esprimono al meglio tutta la loro bellezza, tutta la ricchezza e la pregnanza del loro significato. È come se, durante l’azione liturgica, tutta questa sinfonia di figure prendesse vita, in senso certamente spirituale, ma inseparabilmente anche estetico, perché la percezione della forma artistica è un atto tipicamente umano e, come tale, coinvolge i sensi e lo spirito. In poche parole: la Cappella Sistina, contemplata in preghiera, è ancora più bella, più autentica; si rivela in tutta la sua ricchezza.

Qui tutto vive, tutto risuona a contatto con la Parola di Dio. Abbiamo ascoltato il passo dellaLettera agli Ebrei: «Voi vi siete accostati al monte Sion e alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a miriadi di angeli, all’adunanza festosa…» (12,22-23). L’Autore si rivolge ai cristiani e spiega che per loro si sono realizzate le promesse dell’Antica Alleanza: una festa di comunione che ha per centro Dio, e Gesù, l’Agnello immolato e risorto (cfr vv. 23-24). Tutta questa dinamica di promessa e compimento noi l’abbiamo qui rappresentata negli affreschi delle pareti lunghe, opera dei grandi pittori umbri e toscani della seconda metà del Quattrocento. E quando il testo biblico prosegue dicendo che noi ci siamo accostati «all’assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti portati alla perfezione» (v. 23), il nostro sguardo si leva al Giudizio finale michelangiolesco, dove lo sfondo azzurro del cielo, richiamato nel manto della Vergine Maria, dona luce di speranza all’intera visione, assai drammatica. «Christe, redemptor omnium, / conserva tuos famulos, / beatæ semper Virginis / placatus sanctis precibus» – canta la prima strofa dell’Inno latino di questi Vespri. Ed è proprio ciò che noi vediamo: Cristo redentore al centro, coronato dai suoi Santi, e accanto a Lui Maria, in atto di supplice intercessione, quasi a voler mitigare il tremendo giudizio.

Ma stasera la nostra attenzione va principalmente al grande affresco della volta, che Michelangelo, per incarico di Giulio II, realizzò in circa quattro anni, dal 1508 al 1512. Il grande artista, già celebre per capolavori di scultura, affrontò l’impresa di dipingere più di mille metri quadrati di intonaco, e possiamo immaginare che l’effetto prodotto su chi per la prima volta la vide compiuta dovette essere davvero impressionante. Da questo immenso affresco è precipitato sulla storia dell’arte italiana ed europea – dirà il Wölfflin nel 1899 con una bella e ormai celebre metafora – qualcosa di paragonabile a un «violento torrente montano portatore di felicità e al tempo stesso di devastazione»: nulla rimase più come prima. Giorgio Vasari, in un famoso passaggio delle Vite, scrive in modo molto efficace: «Questa opera è stata ed è veramente la lucerna dell’arte nostra, che ha fatto tanto giovamento e lume all’arte della pittura, che ha bastato a illuminare il mondo».

Lucerna, lume, illuminare: tre parole del Vasari che non saranno state lontane dal cuore di chi era presente alla Celebrazione dei Vespri di quel 31 ottobre 1512. Ma non si tratta solo di luce che viene dal sapiente uso del colore ricco di contrasti, o dal movimento che anima il capolavoro michelangiolesco, ma dall’idea che percorre la grande volta: è la luce di Dio quella che illumina questi affreschi e l’intera Cappella Papale. Quella luce che con la sua potenza vince il caos e l’oscurità per donare vita: nella creazione e nella redenzione. E la Cappella Sistina narra questa storia di luce, di liberazione, di salvezza, parla del rapporto di Dio con l’umanità. Con la geniale volta di Michelangelo, lo sguardo viene spinto a ripercorrere il messaggio dei Profeti, a cui si aggiungono le Sibille pagane in attesa di Cristo, fino al principio di tutto: «In principio Dio creò il cielo e la terra» (Gen 1,1). Con un’intensità espressiva unica, il grande artista disegna il Dio Creatore, la sua azione, la sua potenza, per dire con evidenza che il mondo non è prodotto dell’oscurità, del caso, dell’assurdo, ma deriva da un’Intelligenza, da una Libertà, da un supremo atto di Amore. In quell’incontro tra il dito di Dio e quello dell’uomo, noi percepiamo il contatto tra il cielo e la terra; in Adamo Dio entra in una relazione nuova con la sua creazione, l’uomo è in diretto rapporto con Lui, è chiamato da Lui, è a immagine e somiglianza di Dio.

Vent’anni dopo, nel Giudizio Universale, Michelangelo concluderà la grande parabola del cammino dell’umanità, spingendo lo sguardo al compimento di questa realtà del mondo e dell’uomo, all’incontro definitivo con il Cristo Giudice dei vivi e dei morti.

Pregare stasera in questa Cappella Sistina, avvolti dalla storia del cammino di Dio con l’uomo, mirabilmente rappresentata negli affreschi che ci sovrastano e ci circondano, è un invito alla lode, un invito ad elevare al Dio creatore, redentore e giudice dei vivi e dei morti, con tutti i Santi del Cielo, le parole del cantico dell’Apocalisse: «Amen, alleluia. […] Lodate il nostro Dio, voi tutti suoi servi, voi che lo temete, piccoli e grandi! […] Alleluia. […] Rallegriamoci ed esultiamo, rendiamo a lui gloria» (19,4a.5.7a). Amen.

[© Copyright 2012 – Libreria Editrice Vaticana]

http://www.ansa.it/web/notizie/specializzati/inviaggio/2012/10/25/Cappella-Sistina-capolavoro-Michelangelo-ha-500-anni-_7692193.html?idPhoto=1

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MESSAGGIO FINALE DEL SINODO PER NUOVA EVANGELIZZAZIONE

Città del Vaticano, 26 ottobre 2012 (VIS). Questa mattina presso la Sala Stampa della Santa Sede ha avuto luogo la presentazione del Messaggio della XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi (7-28 ottobre 2012) sul tema: “La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana”.

Alla Conferenza Stampa sono intervenuti: il Cardinale Giuseppe Betori, Arcivescovo di Firenze (Italia), Presidente della Commissione per il Messaggio; l’Arcivescovo Pierre-Marie Carré, di Montpellier (Francia), Segretario Speciale; l’Arcivescovo Luis Antonio G. Tagle, di Manila (Filippine), Vice-Presidente della Commissione per il Messaggio.

Di seguito riportiamo una sintesi del messaggio:

“In apertura del documento, i vescovi richiamano il passo evangelico di Giovanni che narra l’incontro di Gesù con la samaritana al pozzo: è immagine dell’uomo contemporaneo con un’anfora vuota, che ha sete e nostalgia di Dio, e al quale la Chiesa deve andare incontro per rendergli presente il Signore. E come la samaritana, che incontra Gesù non può fare a meno di diventare testimone dell’annuncio di salvezza e speranza del Vangelo”.

“Guardando nello specifico al contesto della nuova evangelizzazione, il Sinodo richiama quindi la necessità di ravvivare una fede che rischia di oscurarsi nei contesti culturali attuali, anche di fronte all’indebolimento della fede in molti battezzati. L’incontro con il Signore, che rivela Dio come amore, può avvenire solo nella Chiesa, come forma di comunità accogliente ed esperienza di comunione; da qui, poi, i cristiani ne diventano testimoni anche in altri luoghi. Tuttavia, la Chiesa ribadisce che per evangelizzare bisogna essere innanzitutto evangelizzati e lancia un appello – a cominciare da se stessa – alla conversione perché le debolezze dei discepoli di Gesù pesano sulla credibilità della missione. Consapevoli del fatto che il Signore è la guida della storia e quindi che il male non avrà l’ultima parola, i vescovi invitano poi i cristiani a vincere la paura con la fede ed a guardare al mondo con sereno coraggio perché, sebbene pieno di contraddizioni e di sfide, esso resta pur sempre il mondo che Dio ama. Niente pessimismo, dunque: globalizzazione, secolarizzazione e nuovi scenari della società, migrazioni, pur con la difficoltà e le sofferenze che comportano, devono essere opportunità di evangelizzazione: perché non si tratta di trovare nuove strategie come se il Vangelo fosse da diffondere come un prodotto di mercato, ma di riscoprire i modi con cui le persone si accostano a Gesù”.

“Il messaggio guarda alla famiglia come luogo naturale dell’evangelizzazione e ribadisce che essa va sostenuta dalla Chiesa, dalla politica e dalla società. All’interno della famiglia, si sottolinea il ruolo speciale delle donne e si ricorda la situazione dolorosa dei divorziati e risposati: pur nella riconfermata disciplina circa l’accesso ai sacramenti, si ribadisce che essi non sono abbandonati dal Signore e che la Chiesa è casa accogliente per tutti. Il messaggio cita anche la vita consacrata, testimone del senso ultraterreno dell’esistenza umana, e le parrocchie come centri di evangelizzazione; ricorda l’importanza della formazione permanente per i sacerdoti e i religiosi ed invita i laici (movimenti e nuove realtà ecclesiali) ad evangelizzare restando in comunione con la Chiesa. La nuova evangelizzazione trova un’auspicabile cooperazione con le altre Chiese e comunità ecclesiali, anch’esse mosse dallo stesso spirito di annuncio del Vangelo. Particolare attenzione viene rivolta ai giovani in una prospettiva di ascolto e dialogo per riscattare, e non mortificare, il loro entusiasmo.

“Poi, il messaggio guarda al dialogo declinato in vari modi: con la cultura, che ha bisogno di una nuova alleanza tra fede e ragione; con l’educazione; con la scienza che, quando non chiude l’uomo nel materialismo diventa un’alleata nell’umanizzazione della vita; con l’arte, con il mondo dell’economia e del lavoro; con i malati e i sofferenti, con la politica, alla quale si chiede un impegno disinteressato e trasparente del bene comune, con le altre religioni. In particolare, il Sinodo ribadisce che il dialogo interreligioso contribuisce alla pace, rifiuta il fondamentalismo e denuncia la violenza contro i credenti. Il messaggio ricorda le possibilità offerte dall’Anno della Fede, dalla memoria del Concilio Vaticano II e dal Catechismo della Chiesa cattolica. Infine indica due espressioni della vita di fede, particolarmente significative per la nuova evangelizzazione: la contemplazione, dove il silenzio permette di accogliere al meglio la Parola di Dio, e il servizio ai poveri, nell’ottica di riconoscere Cristo nei loro volti”.

“Nell’ultima parte, il messaggio guarda alle Chiese delle diverse regioni del mondo e ad ognuna di esse rivolge parole di incoraggiamento per l’annuncio del Vangelo; alle Chiese d’Oriente auspica di poter praticare la fede in condizioni di pace e di libertà religiosa; alla Chiesa d’Africa chiede di sviluppare l’evangelizzazione nell’incontro con le antiche e nuove culture, appellandosi poi ai governi perché cessino i conflitti e le violenze. I cristiani dell’America del Nord, che vivono in una cultura con molte espressioni lontane dal Vangelo, devono guardare alla conversione ed essere aperti all’accoglienza di immigrati e rifugiati. L’America Latina è invitata a vivere la missione permanente per affrontare le sfide del presente come la povertà, la violenza, anche nelle nuove condizioni di pluralismo religioso. La Chiesa in Asia, anche se è una piccola minoranza, spesso posta ai margini della società e perseguitata, viene incoraggiata ed esortata alla saldezza della fede. L’Europa, segnata da una secolarizzazione anche aggressiva e ferita dai passati regimi, ha però creato una cultura umanistica capace di dare un volto alla dignità della persona e alla costruzione del bene comune; le difficoltà del presente non devono quindi abbattere i cristiani europei, ma devono essere percepite come una sfida. All’Oceania, infine, si chiede di avvertire ancora l’impegno di predicare il Vangelo. Il messaggio si chiude con l’affidamento a Maria, Stella della nuova evangelizzazione”.

Per ulteriori informazioni e per la ricerca di documenti consultare il
sito: www.wisnews.org  e  www.vatican.va


IL BINOMIO ARTE E FEDE ACCOMPAGNA LA CHIESA DA DUEMILA ANNI

Città del Vaticano, 26 ottobre 2012 (VIS). “Arte e fede. Via Pulchritudinis” è il titolo di un documentario realizzato dai Musei Vaticani, in collaborazione con la televisione polacca TBA, in occasione del 500° anniversario della conclusione della volta della Cappella Sistina (1508-1512).

Nel pomeriggio di ieri Benedetto XVI ha assistito alla proiezione del film nell’Aula Paolo VI ed al termine ha pronunciato un breve discorso nel quale ha ricordato che: “I Musei Vaticani non sono nuovi ad iniziative che illustrano il legame tra arte e fede, a partire dal patrimonio conservato nelle Gallerie Pontificie. (…) Il film che abbiamo visto si presenta come un contributo degno di speciale nota, soprattutto perché compare all’inizio dell’Anno della Fede”.

“Per molte persone la visita ai Musei Vaticani rappresenta, nel loro viaggio a Roma, il contatto maggiore, a volte unico, con la Santa Sede; è perciò un’occasione privilegiata per conoscere il messaggio cristiano. Si potrebbe dire che il patrimonio artistico della Città del Vaticano costituisce una sorta di grande ‘parabola’ mediante la quale il Papa parla a uomini e donne di ogni parte del mondo, e quindi di molteplici appartenenze culturali e religiose, persone che magari non leggeranno mai un suo discorso o una sua omelia. (…) Il linguaggio dell’arte è un linguaggio parabolico, dotato di una speciale apertura universale: la ‘via Pulchritudinis’ è una via capace di guidare la mente e il cuore verso l’Eterno, di elevarli fino alle altezze di Dio”.

“Ho molto apprezzato – ha proseguito il Pontefice – il fatto che nel film si faccia ripetutamente riferimento all’impegno dei Pontefici Romani per la conservazione e la valorizzazione del patrimonio artistico; e anche, nell’epoca contemporanea, per un rinnovato dialogo della Chiesa con gli artisti. La Collezione di Arte Religiosa Moderna dei Musei Vaticani è la dimostrazione vivente della fecondità di questo dialogo. Ma non solo essa. Tutto il grande organismo dei Musei Vaticani (…) possiede anche questa dimensione che potremmo chiamare ‘evangelizzante'”.

Il Santo Padre ha ricordato la “grande sensibilità per il dialogo tra arte e fede” del Beato Giovanni Paolo II ed ha sottolineato che arte e fede è “un binomio che accompagna la Chiesa e la Santa Sede da duemila anni, un binomio che anche oggi dobbiamo valorizzare maggiormente nell’impegno di portare agli uomini e alle donne del nostro tempo l’annuncio del Vangelo, del Dio che è Bellezza e Amore infinito”.

Infine il Papa ha auspicato che il documentario “susciti in molte persone il desiderio di conoscere meglio quella fede che sa ispirare tali e tante opere d’arte”.

VATICAN INFORMATION SERVICE
ANNO XXII – N° 194
DATA 26-10-2012


L’eredità del Concilio Vaticano II” di Enzo Bianchi (VIDEO)

Conferenza tenuta a Gaeta, Chiesa di San Paolo Apostolo, 9 ottobre 2012
 
Il Concilio Vaticano II é stato un evento inatteso e straordinario, … 
Papa Giovanni XXII più volte dirà di aver voluto il Concilio per ispirazione dello Spirito Santo…. 
… E di fronte ad un vero rinnovamento evangelico da parte della Chiesa, ci si poteva attendere uno scatenamento da parte delle forze  che avversano ogni conversione, potremmo dire quelle potenze maligne, che messe al muro dall’epifania del Vangelo, reagirono con più forza. 
Senza dimenticare che, come per ogni istituzione  ampia e complessa, vale anche per la Chiesa, che non si abbandonano delle pratiche secolari in un giorno, non ci si libera in un istante di gesti e pratiche che si erano trasformati in abitudini, in riflessi condizionati, non ci separa in un sol colpo da quella mentalità cui si era, davvero abbandonati.     
… Noi oggi dobbiamo dire che il Concilio deve essere ancora pienamente realizzato, anche se sono passati cinquant’anni. …
Ecco i punti fondamentali del mio itinerario sul Concilio Vaticano II: 
1)  LA CENTRALITA’ DELLA PAROLA DI DIO, potremo persino parlare di riscoperta della parola di Dio da parte dei cattolici, infatti era riservata solo ai chierici, ….;
2) LA LITURGIA, la liturgia è il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e insieme la fonte da cui promana tutta la sua forza… il rinnovamento della liturgia è stato certamente il cambiamento più vistoso…. una volta si assisteva alla messa, oggi si partecipa, …;.
3) LA CHIESA, CASA E SCUOLA DI COMUNIONE, la Chiesa è una comunione, prima considerata una “società perfetta”, é un mistero di comunione…. la Chiesa non è una piramide gerarchica… tutti fan parte della Chiesa, tutti devono sentire la Chiesa come una casa… ma dobbiamo imparare i principi della sinodalità, della sussidiarietà …;
4) LA CHIESA IN DIALOGO CON IL MONDO… non condanne sul mondo, scomuniche, ma la medicina della misericordia… dialogo verso tutti, Gesù ci ha detto di amare anche coloro che ci rispondo con  l’inimicizia …;
http://pietrevive.blogspot.com.br/  


Nell’era dell’incertezza diamo spazio alla riflessione

http://www.webdiocesi.chiesacattolica.it/cci_new/allegati/36053/AnnodellafedeIlSole21.docx

Nell’era dell’incertezza diamo spazio alla riflessione
di mons. Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto
 
L’11 ottobre scorso, cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, Benedetto XVI, circondato dai rappresentanti dei vescovi di tutto il mondo partecipanti al Sinodo sulla nuova evangelizzazione, ha aperto l”‘anno della Fede”. Si tratta di un anno che egli ha voluto totalmente dedicato ad approfondire, riscoprire e annunciare con nuovo slancio i contenuti e l’esperienza della fede. Proprio così, un anno che ritengo possa interessare tutti credenti e non credenti. Per mostrarne le ragioni, parto da un’osservazione di fondo: la condizione della finitudine, che ci accomuna tutti, è avvertita specialmente in questa stagione post-moderna, seguita al tramonto dei “grandi racconti” ideologici e dell’ottimismo che essi ispiravano. L’assenza di senso, la mancanza di un orizzonte comune rispetto a cui orientare le scelte, sono ampiamente presenti alle coscienze nell’attuale cosiddetta “società liquida” (Zygmunt Bauman), dove di verità sembra ce ne siano troppe, ognuno presumendo di assolutizzare la propria. Vengono così a mancare le ragioni collettive di vita e di speranza e si fa strada un senso di addio da ogni certezza, per cui valga la pena di vivere. Questa fragilità costituisce il luogo in cui tanti, credenti e non credenti, eredi dell’ideologia, critici o orfani di essa, si ritrovano spiazzati dalla crisi che stiamo vivendo. Il senso di smarrimento, l’assenza di patria” (secondo l’espressione di Heidegger: “Heimatlosigkeit”), la percezione di una sorta di inarrestabile declino, possono essere evasi o nascosti: si può tentare di non essere pensanti, negligenti di fronte al naufragio di ogni certezza comune. Ma nel momento in cui si pensa, la lama di questo disagio non può non interrogarci, rendendoci più aperti alla ricerca, più accomunati nell’esperienza e nel bisogno di un Altro, che aiuti ad uscire dalla prigionia dei nostri frammenti.

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