Missionari Iblei

Centro Missionario Diocesano – Ragusa

10° ANNIVERSARIO DI EPISCOPATO

L’Omelia. Ragusa, Cattedrale 12 aprile 2012        di: Paolo Urso
 

Fratelli ed amici carissimi, saluto con particolare affetto gli Arcivescovi e Vescovi di Sicilia qui presenti e coloro che impossibilitati a venire mi hanno comunicato la loro vicinanza spirituale, le varie Autorità civili e militari e ciascuno dei presenti. A tutti la mia sincera gratitudine per l’affetto che mi dimostrate e per la preghiera con la quale mi sostenete. La vostra presenza qui stasera mi conforta e mi dà gioia. Sono trascorsi dieci anni da quando, in questa chiesa cattedrale, fui ordinato Vescovo, in un clima di gioiosa commozione e di profonda comunione, soprattutto tra le chiese di Acireale, nella quale sono stato formato da educatori eccellenti, e di Ragusa, che mi accoglieva con amore e senza riserve. Sarò sempre grato al Cardinale Salvatore De Giorgi, allora Arcivescovo di Palermo e Presidente della Conferenza Episcopale Siciliana, e ai Vescovi concelebranti per essersi fatti strumento di trasmissione della grazia del Signore. Sono grato a tutti coloro che, in quell’occasione, mi furono affettuosamente vicini. Penso con nostalgia al Cardinale Salvatore Pappalardo, al vescovo Angelo Rizzo e agli amici che non sono più fisicamente tra noi ma il cui ricordo è costante nel mio cuore.

 Non ringrazierò mai abbastanza il Signore per avermi inviato alla Chiesa di Ragusa come pastore, fratello ed amico. Voi siete stati per me un magnifico e prezioso dono di Dio.  Celebrare gli anni di episcopato di un vescovo significa celebrare il cammino di una comunità perché “il Vescovo è nella Chiesa e la Chiesa è nel Vescovo”. Da dieci anni camminiamo insieme, guidati dalla Parola e con gli occhi e le orecchie aperti sul mondo, sul nostro piccolo grande mondo.

 Pur nella consapevolezza che solo Dio è capace di leggere nel cuore dell’uomo, mi piace ricordare alcuni passi del nostro cammino di Chiesa, rendendo grazie a Dio per il bene che ci ha concesso di compiere e ringraziando tutti, sacerdoti e laici, per il generoso impegno nel servizio a Dio e all’uomo. Abbiamo risposto al bisogno di alcune comunità di avere nuovi complessi parrocchiali e adeguate case canoniche; abbiamo restaurato beni culturali e ristrutturato ambienti per le attività pastorali.

 Soprattutto abbiamo curato la nostra formazione e sollecitato la corresponsabilità di tutti – organismi e singoli fedeli – nell’individuare e realizzare progetti pastorali condivisi.

Per “essere fedeli al disegno di Dio e rispondere anche alle attese profonde del mondo” (Giovanni Paolo II, Novo millennio ineunte, 6.1.2001, n. 43), abbiamo sognato e dato impulso perché la nostra Chiesa sia la casa e la scuola della comunione.

 Ci siamo fatti ascoltatori attenti dei poveri, vecchi e nuovi, rispondendo come abbiamo saputo e potuto alle loro esigenze con tenace determinazione e concretezza. Abbiamo allargato lo sguardo e creato ponti di solidarietà con i nostri amici missionari in Brasile, in Congo, in Madagascar, in Siria, in Egitto, in Camerun, in Terra Santa…Ci siamo preoccupati di rendere le nostre celebrazioni vere, belle, semplici ed eloquenti, rifiutando la banalità, l’approssimazione, l’improvvisazione e il cattivo gusto.

Convinti della centralità della Parola di Dio nella vita della Chiesa, abbiamo favorito la creazione dei “centri di ascolto” per condividere, nella semplicità e nella preghiera, ciò che il Signore dice alla nostra comunità. Rispondendo alla richiesta di papa Benedetto, espressa in “Sacramentum caritatis”, abbiamo avuto la gioia di poter “riservare” due chiese per l’adorazione perpetua (giorno e notte per tutti i giorni dell’anno) e una cappella per l’adorazione diurna. E chissà quante altre cose il Signore ha operato attraverso le nostre povere mani e il nostro fragile cuore.

Adesso, che cosa ci chiedi, Signore? Che cosa vuoi da noi? Che cosa dobbiamo fare? Dalla Parola, che è stata proclamata, colgo tre indicazioni, che presento in maniera molto rapida.

 1.  Il Signore ci chiede di spostare l’attenzione da noi a Lui.

 Il libro degli Atti ci ha raccontato l’episodio della guarigione dello storpio. La gente è fuori di sé per lo stupore e si stringe attorno a Pietro e Giovanni. Ma Pietro, preoccupato per la piega che la situazione sta prendendo, chiarisce i meriti di ciascuno: «Uomini d’Israele, perché vi meravigliate di questo e perché continuate a fissarmi come se per nostro potere o per la nostra religiosità avessimo fatto camminare quest’uomo?… il nome di Gesù ha dato vigore a quest’uomo che voi vedete e conoscete; la fede che viene da lui ha dato a quest’uomo la perfetta guarigione alla presenza di tutti voi». La guarigione dello storpio, dice Pietro, non è opera né mia né di Giovanni. Il «guaritore» è un altro, è Gesù. È lui che ha guarito l’uomo; noi siamo stati solo strumenti docili nelle Sue mani.

 È compito della Chiesa indicare con chiarezza chi libera l’uomo dalla sua incapacità di camminare, chi è il Salvatore del mondo. A chi guarda a lei, la Chiesa deve dire, indicando Gesù, «Ecco l’agnello di Dio; ecco colui che toglie il peccato del mondo». Come Pietro e come Giovanni Battista. Non può prendersi meriti che non ha, così come non può compiere nulla per essere ammirata. La tentazione dell’ esibizionismo, singolo o comunitario, è sempre dietro l’angolo. «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, ci ha insegnato Gesù, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,16). Gesù ci chiede di compiere opere luminose e visibili, «ma la loro visibilità dev’essere accompagnata da una sorta di trasparenza, che non ferma l’attenzione su di sé, ma invita gli uomini a prolungare lo sguardo verso Dio… Anzi, per assicurare questa trasparenza chi compie le opere buone deve, in un certo senso, tenerle segrete persino a se stesso» (CEI, Evangelizzazione e testimonianza della carità, 8.12.1990, n. 21). La tua sinistra non sappia ciò che fa la tua destra! (cfr. Mt 6,3).

 2.  Il Signore ci chiede di non lasciarci bloccare da turbamenti e dubbi

 Gli apostoli sono riuniti. Sono tornati anche i due discepoli di Emmaus, che narrano «ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane». Improvvisamente, Gesù in persona, dice il vangelo di Luca, sta in mezzo a loro e dice: «Pace a voi». I discepoli, «sconvolti e pieni di paura», credono di vedere un fantasma. Ma Gesù: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore… Sono proprio io!». E li invita a guardare le sue mani e i suoi piedi, a toccarlo, a constatare che ha carne ed ossa. Di fronte al persistere della loro incredulità e al loro stupore, chiede di offrirgli qualcosa da mangiare, e davanti a loro mangia una porzione di pesce arrostito.

Nel racconto c’è una insistenza sui sentimenti dei discepoli e l’assenza di qualunque loro azione, tranne quella di offrire a Gesù, dietro esplicita richiesta, il pesce arrostito. Essi sono “sconvolti”, “pieni di paura”, “turbati”, dubbiosi, “pieni di stupore”; addirittura la gioia diventa motivo di incredulità (“per la gioia non credevano ancora”). Gesù li invita a guardarlo e a toccarlo. E loro rimangono lì senza parole, come bloccati. Non è facile credere nella risurrezione di Gesù. La paura, il turbamento, il dubbio, diventano ostacoli all’incontro con Gesù vivo. Commentando questa pagina, il monaco camaldolese Innocenzo Gargano scrive: «Sospetti, dubbi, insinuazioni Gesù li aveva notati in interlocutori malevoli in occasione di suoi gesti concreti coi quali aveva affermato la presenza di Dio attraverso la sua parola salvifica, guaritrice. Ma costatare che quegli stessi sospetti trovano ora spazio nel cuore dei suoi discepoli nonostante ci sia presente lui col dono della pace e dello shalom, certamente non gli fa piacere. Il disappunto di Gesù si fa più serio nel constatare che i discepoli non riescono a fugare il dubbio di essere di fronte ad un fantasma» (Lectio divina sui racconti della risurrezione, EDB, 101-102).

 La paura è incomprensione e incredulità. È la sorpresa di trovarsi di fronte ad un fatto non previsto perché non creduto possibile. È lo stordimento che toglie la gioia. È il mutismo provocato dal timore di essere fraintesi, giudicati male o non creduti. È rimanere senza parole, nella consapevolezza di non possedere il linguaggio adatto per esprimere l’esperienza fatta.

 Gesù invita la nostra Chiesa a non aver paura, a non fuggire lontano da Lui, a non diventare una Chiesa muta, a non temere l’ironia di chi non crede che Gesù è risorto. Noi sappiamo e crediamo che Gesù, il  crocifisso risorto, ci ama e cammina con noi. Sempre e nonostante tutto. L’unica nostra paura, l’unica nostra tristezza è di non essere santi. Siamo grati a Giovanni Paolo II che, come ha detto papa Benedetto, «ha aiutato i cristiani di tutto il mondo a non avere paura di dirsi cristiani, di appartenere alla Chiesa, di parlare del Vangelo. In una parola: ci ha aiutato a non avere paura della verità, perché la verità è garanzia della libertà» (1.5.2011).

 3. Il Signore ci chiede di mostrare le mani e i piedi

La richiesta di Gesù è ricca di simbolismo. Egli vede la paura, il turbamento e i dubbi degli apostoli di fronte alla sua presenza inattesa e sconvolgente. Per aiutarli a superare quei momenti, prospetta loro un “segno”, quasi una prova della sua identità: «Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io!» Ed insiste: «Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». E l’evangelista annota: «Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi».

 Perché proprio le mani e i piedi? Perché non il volto? Le mani e i piedi portano i segni della crocifissione. Quando gli amici gli dicono «Abbiamo visto il Signore!», Tommaso chiederà la prova delle mani e del fianco squarciato: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non  metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo, sarà lo stesso Gesù a fare riferimento alle mani e al fianco: «Metti qui il tuo dito, dice a Tommaso, e guarda le mie mani; tendi la mano e mettila nel mio fianco» (Gv 20,25.27). «Mani e piedi, ha detto don Tonino Bello, con tanto di marchio! Ecco le coordinate essenziali per ricostruire la carta d’identità del Risorto. Mani bucate. Richiamo a quella inesauribile carità verso i fratelli, che si fa donazione a fondo perduto. Piedi forati. Appello esigente a quell’amore verso il Signore, che ci fa scorgere il senso ultimo delle cose attraverso le ferite della sua carne trasfigurata» (Antonio Bello, Dalla testa ai piedi. La Quaresima tra cenere e acqua, La meridiana, 32).

 Attraverso il «marchio» impresso nelle mani e nei piedi Gesù mostra che il suo amore è sconfinato, che non si è fermato nemmeno dinanzi alla morte, che ha anzi sconfitto la morte. Veramente il suo amore è per sempre! Anche la Chiesa è chiamata a mostrare «mani e piedi», mani bucate e piedi forati. Nei fratelli Karamàzov, Ivàn confessa al fratello che è impossibile amare il prossimo se lo si vede, perché si colgono gli elementi peggiori: «non ho mai potuto capire come si possa amare il prossimo. È appunto chi ti sta vicino che, secondo me, è impossibile amare; chi è lontano forse sì… Per amare un uomo occorre che questi si celi alla nostra vista: non appena mostra il suo viso l’amore svanisce» (La rivolta, I, 328).

Gesù dice oggi alla nostra Chiesa di amare sempre e tutti, riconoscendo come fratelli e sorelle le persone che incontriamo sul nostro cammino. La nostra missione è l’amore. «Missione è avere coraggio di amare senza riserve» (CEI, La Chiesa in Italia dopo Loreto. Nota pastorale, 9.6.1985, n. 51). Pungente e provocatorio, Bruce Marshall mette in bocca a p. Malachia questa considerazione:  «Com’era difficile amare il prossimo, eppure com’era necessario… Se doveva amare il prossimo suo, l’avrebbe amato senza guardarlo in faccia» (Il miracolo di padre Malachia, p. 15). Noi invece vogliamo amare il prossimo ad occhi aperti, guardandolo in faccia e mostrando in ogni circostanza un volto di bontà e di misericordia.

Nel contesto dell’impegno di carità che contraddistingue la comunità diocesana, desidero esprimere pubblicamente alle Autorità qui presenti la mia gratitudine per lo stile che si è creato in questi anni. Nessuna confusione di compiti, nessuna interferenza, ma solo una rispettosa e corretta collaborazione per il bene della nostra gente.

 Concludo con l’invito di Paolo VI ad amare la Chiesa, ad amare questa nostra Chiesa: «Oggi un po’ tutti guardano alla Chiesa; ma non tutti con amore… Noi per amarla. Dobbiamo amare la Chiesa per desiderarla come Cristo la pensò e la istituì, sempre bisognosa di purificazione e di santificazione, ma destinandola alla fine ad essere degna di Lui, immacolata e gloriosa (cfr. Eph. 5,25-27). Non sbaglieremo mai a idealizzare con il nostro amore la Chiesa di Cristo! Dobbiamo amarla anche per le sue deficienze e per le sue necessità. E dobbiamo amarla oggi più che mai… Amarla dobbiamo, la Chiesa, come Cristo la amò, dando per lei la sua vita» (All’Angelus, 26.9.1971). Utilizzando il titolo dell’ultimo libro di Massimo Gramellini, dico: “Fai bei sogni” Chiesa di Ragusa e il Signore li realizzerà!

 + Paolo Urso, vescovo

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