Missionari Iblei

Centro Missionario Diocesano – Ragusa

LA REALTA’ INDIGENA DOVE VIVO

Carissimi, dopo tre anni di lavori abbiamo concluso il sinodo diocesano di Floresta, nello stato del Pernambuco, in Brasile. Quello che è apparso in questi anni è stato riassunto con alcune parole-chiave: decentralizzazione, rete di comunità, unità nella diversità, opzione preferenziale per i poveri, formazione. Seguendo il mandato di Gesù: “Voi stessi date loro da mangiare” (Lc 9,13), vogliamo essere una Chiesa più missionaria e più attenta ai poveri e agli esclusi. Una Chiesa di comunione e partecipazione fondata sull’incontro tra persone. Sentiamo la necessità di investire di più sulla formazione e sui ministeri laici; di riorganizzare le nostre strutture, principalmente quelle caritative, a servizio delle quali dovremo preparare diaconi permanenti; di cercare le radici storiche dei conflitti (violenza e terra) ed elaborare un progetto per una cultura di pace; di aiutare le comunità ad alimentarsi di più della Parola di Dio fornendo loro possibilità di corsi biblici; di offrire una liturgia che diventi fonte di spiritualità; di elaborare la catechesi sulla base dell’iniziazione cristiana.

La realtà indigena

Per quel che riguarda gli indigeni, realtà molto presente nel territorio diocesano di Floresta, proprio il Sinodo ha sentito la necessità di costituire una Pastorale Indigena. Dopo aver riconosciuto l’importanza della mia presenza, (don Alberto è incaricato di seguire le comunità indigene della diocesi, ndr) le comunità hanno chiesto che mi facessi più presente perché si conosca di più la questione indigena, le loro tradizioni e le loro difficoltà. Hanno chiesto che la diocesi organizzasse una azione pastorale e un gruppo di indigeni che rappresentasse le comunità agli incontri. Durante il dibattito sinodale le problematiche sollevate dagli indigeni hanno creato una certa difficoltà. La presenza indigena provoca un ripensamento dei criteri sui quali si fonda la società e l’economia nell’epoca globale. A questo proposito riporto un intervento interessante di Eva Kanoé, professoressa indigena di Rondonia, contenuto nella rivista Mundo Jovem sul numero di aprile 2011.

“Noi non siamo contro il progresso”

Dice la Kanoè: “In genere, la società pensa che noi siamo contro il progresso quando reclamiamo, quando chiediamo, quando rivendichiamo, o quando siamo contro la costruzione di idroelettriche, dighe, barragens, idrovie o strade. Non è che noi siamo contro il progresso, al contrario, noi conosciamo la necessità di andare avanti sulle strade del progresso. Però noi crediamo che deve essere pensato un modo nuovo di fare il progresso. Non solo in Brasile, ma in tutto il mondo. Senza aggredire la vita, senza aggredire la natura o l’ambiente. I popoli indigeni hanno sempre vissuto il progresso, ma in una maniera completamente differente. Per esempio: per noi la terra è sacra e non può essere trattata come merce. Per molti non-indios la terra è vista e usata come fonte di commercio, di scambio. La società non comprende la nostra posizione riguardo alla terra perché non conosce la nostra storia, e pensa quindi che siamo contro il progresso. Noi vogliamo lo sviluppo del Brasile e vogliamo che tutta la popolazione brasiliana, indigena o no, possa progredire grazie allo sviluppo: avere un lavoro, una casa, poter vivere degnamente come qualsiasi essere umano, come qualsiasi cittadino. La nostra economia si basa sulla necessità di sopravvivere. Per esempio, si vive ancora molto di pesca, di caccia, di artigianato, perché manteniamo la cultura del cercare il sufficiente per la nostra sussistenza quotidiana. Noi non abbiamo ancora il costume di accumulare, accumulare, accumulare sempre. Noi pensiamo all’oggi, perché crediamo che per domani c’è la provvidenza. Questa è la nostra mentalità, molto differente dalla mentalità del mondo. Forse manca, da parte nostra, la capacità di portare questo nostro modo di pensare nella società non-indigena, perché voi realmente ci possiate conoscere di più, perché siamo popoli differenti. Io vivo in un modo, mio marito ha un’altra cultura. Noi riusciamo a convivere in armonia, però ciascuno d’accordo con la sua cultura.

Esperienze pastorali con gli indigeni

Vi sto scrivendo dalla mia casa, nel villaggio indigeno di Pankararu, dove siamo in festa per un’importante ricorrenza patronale. Oggi celebreremo trenta battesimi e la presentazione del gruppo di catechesi per la cresima, dando inizio ufficiale al cammino del gruppo. Adriana, mia vicina, madre di quattro figli, sta partecipando. I giovani e gli adulti che entrano nella catechesi mostrano molto interesse. Vedo che la proposta fatta all’altro gruppo che già si è cresimato sta dando i suoi frutti. Alcune ragazze del gruppo stanno preparandosi per essere catechiste, altre per entrare nel movimento di difesa dei diritti indigeni, altre stanno aiutando nelle celebrazioni. Quest’anno siamo riusciti a celebrare la vigilia pasquale con tutte le letture. Ancora non siamo riusciti a sensibilizzare sul battesimo durante la notte pasquale, ma la vigilia ha lasciato tracce di spiritualità e ha risvegliato molti interessi. Tanto che è bastata la riformulazione dello spazio celebrativo per dare un’altra coscienza di Chiesa. Ho visto i primi frutti quando, domenica scorsa, hanno chiesto che i banchi fossero disposti come la notte di Pasqua. Il risultato è stato una grande partecipazione attiva di genitori e padrini. Ciascun momento del rito del battesimo traspariva del suo significato. Genitori e padrini si sono sentiti partecipi di una nuova comunità, nella quale stavano introducendo i figli che avevano portato in chiesa. Il cammino che cominciava sulla porta e attraverso l’ascolto della Parola, la professione di fede (rinunciando a tutto ciò che fosse contrario), l’acqua del battesimo, l’arrivo all’altare dove, con la preghiera del Padre Nostro, formavamo una sola famiglia. I santi che sempre restano sulla parete di fondo ci mostravano la meta della vita cristiana: la santità e la vita in Dio, nel nome di Nostro Signore Gesù Cristo.

Tutti hanno vissuto quei momenti con grande partecipazione e preghiera. Un applauso è scaturito spontaneo, mostrando la felicità della gente. In questi giorni sarò ancora con gli indigeni pankararù, impegnato nella formazione per una cultura di pace con i professori indigeni. La diocesi, a tal proposito, offre sussidi e proposte ai professori municipali e statali perché la scuola diventi uno strumento di formazione per un cambiamento sociale. In questo progetto c’è la collaborazione (un gemellaggio) con alcuni municipi del Piemonte. Già con la prossima settimana, ricomincerò i miei viaggi di visita ad altri popoli indigeni nella diocesi.

 Don Alberto Reani  Fidei donum in Brasile albertoreani@hotmail.com

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