Missionari Iblei

Centro Missionario Diocesano – Ragusa

Messaggio di Simona Tumino

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Carissimi amici della Diocesi Di Ragusa,

è trascorso quasi un anno dal mio arrivo in Colombia e continuo ad essere grata al Signore per il dono della missione. In Colombia lo straniero si sente accolto e vive bene nonostante sia un Paese di grandi contraddizioni e profondamente lacerato da un conflitto interno che dura da più di cinquant’anni. Gli attori di questo conflitto sono i gruppi guerriglieri di sinistra, i principali sono FARC e ELN, combattuti dall’ Esercito e illegalmente dalle organizzazioni di “autodifesa”: bande paramilitari, armate dai proprietari terrieri, spesso con la complicità dello Stato. In mezzo secolo di contrasti feroci e massacri di civili, le diverse parti hanno attenuato, fino a smarrire, ogni connotato ideologico per trasformarsi in eserciti privati che hanno “smembrato” il Paese, diventando padroni di ampie porzioni di nazione e, dunque, di risorse. Soprattutto le remunerative piantagioni di coca da cui dipende in gran parte la loro sopravvivenza. Una guerra che per lo Stato formalmente non c’è: parlando di terrorismo ammette solo la presenza della guerriglia. Uno Stato che però ha investito per la difesa il 6,5 per cento del prodotto interno lordo e ha portato i militari alla cifra record di 285mila unità. A far le spese della guerra colombiana è soprattutto
la popolazione rurale: sono le campagne, dove l’autorità centrale è più debole e la povertà profonda, il fronte caldo colombiano. Oltre alle vittime civili, spesso assassinate arbitrariamente solo per aver dato un bicchiere d’acqua a un guerrigliero o a un paramilitare, c’è il dramma dei 4 milioni di “desplazados” (pari all’ 8% della popolazione), ossia rifugiati. Sono 3 milioni e 700 all’interno del Paese e 380 mila i profughi sparsi per il pianeta, secondo la commissione Onu per i rifugiati (Acnur): la cifra più alta al mondo dopo il Sudan.

Per provare a capire un pò il dramma del “desplazamiento forzado” potete immedesimarvi con chi vive tranquillo nella sua casa, coltiva la sua terra o tiene il suo negozio e che dall’oggi al domani viene intimato, da uno degli attori del conflitto (esercito compreso), di lasciare tutto perché la terra in cui risiede serve a loro. L’unica “colpa” è quella di essere nato e risiedere in una zona strategica per il narcotraffico,
quindi per il conflitto, o in una ricca zona mineraria o petroliera appetibile alle multinazionali, che si servono anche di questi mezzi per aver campo libero. Motivazioni economiche insomma, sono spesso la vera ragione del fenomeno. I rifugiati spesso sono costretti dalla minacce di morte a spostarsi da una città all’altra, per far perdere la proprie tracce. Come è successo a Flor, una leader comunitaria che ho conosciuto, per la quale Bogotà è la terza tappa della sua fuga. I paramilitari dieci anni fa le hanno ucciso il marito davanti a tutta la comunità riunita, semplicemente perché sospettato, erroneamente, di essere un guerrigliero. I paramilitari si sono impadroniti dell’azienda agricola di Flor e lei dopo sei mesi è fuggita. Vivere sottomessa nella propria casa ai carnefici di suo marito non può essere sostenibile. Denunciato l’accaduto ha rischiato di saltare in aria (hanno però fatto
esplodere una casa sbagliata) e la sua fuga è continuata. Flor è una donna tenace e coraggiosa che continua a denunciare e a lottare per i diritti dei “desplazados”, per questa “moltitudine errante” che ha perso tutto tranne la speranza di ricostruirsi una vita. Smarriti, sradicati dal loro territorio, impauriti di ricevere ancora minacce, riempiono
le strade delle grandi città colombiane in cerca di un lavoro, di un’
abitazione, di poter assicurare l’educazione ai propri figli, accrescendo il
numero di disoccupati e poveri di un paese con un grande squilibrio sociale. Il governo non riconosce a tutti lo stato di rifugiato a cui è garantita un minimo di assistenza, anche se insufficiente per vivere degnamente, pertanto devono ricorrere alle tante associazioni, istituti religiosi e ONG che hanno questa finalità. Il problema ovviamente dovrebbe essere risolto alla base, con la restituzione almeno di ciò che hanno gli hanno strappato, che invece rimane in altre mani. E’ in corso di approvazione una legge di restituzione della terra ma sono tanti gli interrogativi, e senza la garanzia di una protezione la gente ha paura a
ritornare nel luogo da dove è stato cacciata. Preferisce mendicare che morire. All’interno di questo quadro desolante, c’è poi la situazione di discriminazione degli afro-discendenti, di coloro cioè che discendono dagli schiavi africani deportati 500 anni fa per lavorare nelle ricche miniere del Sud America. Anche la comunità afro, che vive prevalentemente nella zona costiera, ricca di risorse minerarie, soffre del desplazamiento. A questo si aggiunge la marginalizzazione e persecuzione derivante da un persistente razzismo, che rende più difficile per loro affittare una casa, trovare lavoro e studiare. La popolazione afro assieme a quella indigena, è attualmente, quella che maggiormente soffre gli effetti del conflitto colombiano ed è per questo che i Missionari Comboniani hanno scelto di accompagnarla e restituirle la dignità e le radici culturali. Nello specifico, il progetto che la vostra generosità sostiene consiste in una iniziativa educativa che offre la possibilità, a coloro che non hanno terminato gli studi in seguito al trasferimento forzato a Bogotà, di poter studiare in corsi equivalenti e ottenere un diploma convalidato dall’istituzione educativa del governo. Un processo educativo che si differenzia da quelli già esistenti, giacché prende in considerazione l’identità culturale afro ed è finalizzata alla formazione complessiva della persona, nella sua dimensione intellettuale e spirituale. Le sfide sono tante ma vale la pena affrontarle convinti che l’educazione della persona è uno dei principali servizi che si possono offrire per prospettarle un futuro migliore e una vita degna. Nell’anno dichiarato dall’ ONU anno internazionale per gli  afro-discendenti, mi sembra importante che la giornata di solidarietà per i Missionari Iblei sostenga un’iniziativa a favore di questa popolazione che, come ha affermato il segretario generale Ban Ki-moon, sono “i più colpiti da razzismo e xenofobia, persone a cui troppo spesso vengono negati i diritti fondamentali come l’accesso alla sanità di alto livello e all’istruzione”.

Un ringraziamento di cuore a ciascuno di voi per il contributo generoso e per le vostre preghiere che sempre mi sostengono nel mio condividere con il caro popolo colombiano.

Con affetto  Simona

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