Missionari Iblei

Centro Missionario Diocesano – Ragusa

Un ANGELO per gli Indios

Appena 10 giorni di Brasile per i nostri P. Salvatore Conti e P. Salvatore Vaccaro, ma tanti incontri preziosi con missionari e missionarie, laici e Comunitá, Chiese, Santuari e Conventi, megalopoli e villaggi, favelas e centri comerciali, boschi, fiumi, cascate. Tra i tanti incontri abbiamo conosciuto padre Angelo Pansa, saveriano che ha condiviso con noi la sua Missione nella Missione, le sue ansie e le sue gioie nel servizio  a Dio e ai fratelli. Su Internet é facile incontrare articoli che presentano la sua opera instancabile anche se rischiosa. Di seguito vi presentiamo uno di questi per condividere con voi una realtá a volte sconosciuta e che esige l’impegno e il coinvolgimento massiccio di autoritá, comunitá, instituzioni per il nostro presente  eper il futuro del Pianeta Azzurro! (P.GBB)

IL MISSIONARIO ITALIANO CHE RISCHIA LA VITA PER L’AMAZZONIA
Padre Angelo Pansa, nato nel ‘31 a Bergamo e missionario saveriano dal ’56, domenica 27 giugno è partito per il Brasile; ad aspettarlo ci sono latifondisti pronti a eliminarlo perché ha denunciato gli abusi perpetrati dai proprietari terrieri ai danni dei più poveri.

La sua storia è quella di un uomo che ha scelto di dedicarsi agli ultimi del mondo e la sua battaglia più importante è iniziata nell’85, quando ha denunciato alla Polizia federale che la compagnia mineraria americana Gold Amazon deportava a forza gli indios Curuaya – Xipaia e occupava le loro terre, e che il colosso Brasinor, una compagnia mineraria   che fa capo alla stessa Gold Amazon, aveva disboscato 60mila chilometri quadrati di foresta. Una denuncia che gli valse la nomina di testimone del Tribunale Permanente dei Diritti dei Popoli in difesa della vita degli Indios ma lo costrinse   a nascondersi per giorni nella foresta. “Appena saputo cos’era successo – racconta padre Angelo – i miei superiori mi hanno richiamato a Roma, dicendo che con l’Amazzonia avevo chiuso”. Invece ‘il richiamo della foresta’ nel 2005 lo ha riportato in Amazzonia. “Nella terra do Meio, nel Parà; quando sono arrivato mi sono trovato davanti coltivazioni sterminate di soia transgenica che avevano trasformato intere aree della foresta in una distesa di giallo innaturale; gli unici testimoni del paesaggio originario erano centinaia di scheletri di alberi secchi. Ogni sera piccoli aerei sorvolavano l’intera regione e spargevano una sostanza arancione sulla foresta; in seguito a quei ‘passaggi   ’ la gente aveva accusato astenia, diarrea, fibrillazione ventricolare e arresto cardiaco. Analizzando le piante colpite dalla sostanza e gli effetti che aveva prodotto sulla popolazione riscontrai che erano gli stessi che si erano manifestati in Vietnam, quando gli americani   avevano utilizzato l’Agente Arancio. Ho dedotto che il prodotto nebulizzato fosse un composto del 2,4-D, un diserbante conosciuto come Nufarm, e del 2,5-T che combinati formano le diossine dell’Agente Arancio. Capisce? Avevo motivo di credere che in Amazzonia si usassero le stesse diossine che ancora oggi causano gravissime malformazioni nei bambini! Ho immaginato chi ci fosse dietro a quel crimine e perché: la legge brasiliana vieta il disboscamento, ed era probabile che i latifondisti avessero aggirato l’ostacolo polverizzando sulla foresta la sostanza in grado di far morire rapidamente gli alberi, per ampliare le aree di terreno coltivabili. Ho trovate le prove rintracciando in una radura l’hangar con gli aerei adoperati per spargere la sostanza arancione e decine di contenitori della stessa. Ne ho consegnato un campione alla Polizia federale, insieme a una denuncia che ho   depositato alla Corte Internazionale dell’Ambiente”.
Come hanno reagito le istituzioni alla denuncia?
La Polizia federale ha avviato un’indagine e ordinato l’esame del campione che avevo fornito. Il responso attesta che la sostanza contiene diossine. è stata richiesta l’analisi immediata sia dell’acqua dei fiumi sia del terreno contaminato. Sono passati tre anni e la Polizia Federale non è ancora riuscita a smuovere il Ministero della Sanità, né quello dell’Ambiente e della Giustizia perché proseguissero le indagini  
Quali sono i rischi a cui è esposta l’area contaminata?
Non si può circoscrivere l’area. La presenza dell’Agente Arancio nel Parà compromette tutto il pianeta, perché sulle aree disboscate con il composto di 2,4-D e 2,5-T si alleva bestiame da macello esportato in tutto il mondo e sui terreni disboscati si coltiva soia transgenica, utilizzata per produrre mangime per il bestiame. E ci stupiamo se la mozzarella di bufala campana contiene diossina?
Ha scoperto chi è responsabile di tutto ciò?
Politici e latifondisti, noti alle autorità brasiliane. La lista completa è in mano alla Polizia federale e vi sarebbe anche il nome di Marim Lula, figlio del presidente, in quanto parte di quel gruppo di fazendeiros che   si sta impossessando di un’infinità di territori per allevare bestiame e coltivare soia.
Cosa è successo in seguito alla sua denuncia?
La Corte Internazionale   dell’Ambiente mi ha dato una delega specifica con la quale potevo esigere la documentazione necessaria a effettuare indagini, ma in seguito all’esposizione prolungata con il veleno arancione sono entrato in coma. Mi sono risvegliato dopo 28 giorni e i miei superiori mi hanno richiamato in Italia. La Corte internazionale ha istituito una sessione straordinaria d’indagine perché proseguisse le indagini, ma né il Ministero del Commercio, né quello della Sanità e dell’Ambiente hanno collaborato.
Cosa succederebbe se le nuove analisi rivelassero che il prodotto utilizzato è l’Agente
Arancio?  
Succederebbe quanto è accaduto in America, dove le famiglie dei soldati americani impiegati in Vietnam e morti di cancro per essere stati a contatto con l’Agente Arancio hanno fatto causa allo Stato, vincendola e costringendolo a un risarcimento di milioni di dollari. Al mio rientro in Italia ho mostrato a Silvio Garattini, medico e scienziato, le analisi effettuate sulla sostanza che ho prelevato nella foresta; ha confermato la presenza di diossine e mi ha chiesto di portargli al più presto un campione di terreno.
Non ha paura di nuove ritorsioni?
L’unica paura che ho – risponde accarezzandosi la barba bianca – è di non fare il mio dovere. Questo mi spaventa, nient’altro.
di Francesca Grassi *giornalista e insegnante  
IL FATTO QUOTIDIANO 2 LUGLIO 2010
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