Missionari Iblei

Centro Missionario Diocesano – Ragusa

Un Natale differente. Tra il popolo afro della costa pacifica colombiana. di Simona Tumino

Il mio primo Natale vissuto in Colombia necessariamente sarebbe dovuto essere differente, ma non lo sarebbe stato così tanto se non avessi scelto di vivere la Novena di Natale con una comunità afro della costa Pacifica colombiana, al confine con l’Ecuador. Questa regione è una delle più abbandonate e critiche di Colombia; i cui abitanti sono al 95% afro-discendenti, ossia discendenti degli schiavi africani che 500 anni fa furono deportati per lavorare nelle miniere di oro del Sud America. Popolazione afrodiscendente e terra di confine con l’Ecuador sono condizioni sufficienti per spiegare l’abbandono da parte dello Stato di questa regione e l’influente presenza di paramilitari e guerriglia, interessati al traffico della cocaina con la frontiera ecuadoriana. Nel territorio colombiano sono moltissime le comunità sperdute, che non godono della presenza di un sacerdote, né ricevono con costanza il servizio pastorale, sia per isolamento geografico, sia per la limitata disponibilità di persone, ma almeno a Natale e Pasqua, sia religiosi che laici delle parrocchie delle principali città si organizzano per offrire la possibilità, ad alcune di queste comunità (non si riesce a coprirle tutte), di celebrare questi momenti liturgici fondamentali per i cattolici. Con questa finalità si è formato il gruppo con cui sono partita io, costituito da quattro missionari ed una giovanissima bogotana, senza esperienza ma con un grande desiderio di vivere un’esperienza di dono e condivisione. I Missionari Comboniani che operano a Tumaco, la città principale, ci hanno poi inviato a due comunità differenti: le tre donna ad un villaggio, Baquito Vaqueria, a soli 20 minuti di canoa dalla città. Baquito Vaqueria è un piccolo lembo di terra che affiora in mezzo all’Oceano Pacifico, nella misura in cui la marea si abbassa o si alza. Il fenomeno della marea nel Pacifico è molto accentuato e determina in parte la vita delle persone: per esempio nei momenti della giornata di bassa marea non è possibile raggiungere il villaggio. Come affermano gli stessi abitanti, la loro è una comunità tranquilla di pescatori, dove non c’è rivalità dato che tutti vivono pressoché del modesto guadagno giornaliero e dove i gruppi armati non sono riusciti ad entrare, forse perché non hanno interesse a farlo. Le case sono tutte in legno su palafitte, senza i servizi fondamentali, come acqua corrente, gas e luce elettrica; solo la sera si accende il gruppo elettrogeno per 4 ore. Nonostante immaginassimo prima della partenza la situazione a cui saremmo andate incontro, all’inizio ci è costato un pò adattarci, abituate a ben altri servizi, ma non ci siamo lasciate condizionare dagli aspetti pratici, avendo scelto di condividere completamente, almeno per il Natale, la vita di questi nostri fratelli. Una novità era per me il modo di celebrare la novena di Natale. In Colombia la novena di Natale è una tradizione molto forte e coinvolge tutti, anche chi solitamente non partecipa alle celebrazioni liturgiche; la Novena viene vissuta dappertutto e non solo nelle parrocchie, ma anche nelle famiglie, nei condomini e nei quartieri, con i canti tipici, i villancicos. Al termine dei canti spesso le famiglie condividono un dolce e danno caramelle o regali ai bambini. La tradizione della popolazione afro arricchisce ulteriormente la novena con canti litanici, accompagnati dal suono dei tamburi, rendendola più coinvolgente e partecipata. Nella comunità di Baquito Vaqueria, le tradizioni si sono un po’ perse a causa della vicinanza con la città, ma ancora qualche anziana signora anima la novena, riuscendo a trascinare nei canti i più giovani e destare dalla pigrizia, o indifferenza, gli uomini, normalmente restii a partecipare. Secondo la tradizione del villaggio, ogni sera una zona diversa preparava in strada il suo presepe, con palme, addobbi e luci, e lì ci radunavamo per la novena. La festa era soprattutto dei bambini che arrivavano provvisti di piccoli bidoni di plastica e bastoni di legno, che battevano a ritmo accompagnando i canti; non era affatto semplice contenere la loro allegria anche nei momenti in cui la lettura della Parola di Dio e la riflessione richiedevano più silenzio! E’ noto che il popolo afro esprime la propria preghiera preferibilmente con il canto, e sebbene noi avessimo preparato uno schema di novena con tematiche ogni sera differenti, alla fine siamo stati quasi sopraffatti da questa Novena fatta da una gioiosa sequenza di canti tradizionali: sono sicura che il Bambino Gesù sarà stato contento di sentirsi invocato con tanta allegria. Per la notte di Natale, avevamo programmato una processione prima della novena e, a seguire, data l’assenza del sacerdote, la celebrazione della Parola. L’inizio della processione è stato un po’ incerto, c’era poca gente nella cappella da cui è partita la processione, ma procedendo per le case del villaggio si sono subito aggiunte donne e bambini e i canti si sono fatti via via più animati. Quando siamo rientrati in chiesa oramai eravamo un bel gruppo, c’era l’anziana ma energica “cantora” e dopo un’ora abbiamo interrotto i canti per celebrare la liturgia della notte di Natale, per evitare che la gente si stancasse prima di celebrare il Mistero. Gesù era veramente “nato” in mezzo a noi: ci avevano mandato le ostie consacrate e chi lo desiderava poteva riceverLo. Durante la celebrazione liturgica, paradossalmente, sembrava che il tono festoso si fosse smorzato, ma la gioia non era ancora finita ed abbiamo continuato a cantare. Anche quando sembrava che la festa si fosse conclusa, le donne ci hanno sorpreso andando per le strade del villaggio e cantando che il Niño Jesús era nato. Si avvertiva una vera gioia … anche quest’anno e anche in questo piccolo villaggio del Pacifico colombiano il Bambino era nato, come sempre, in modo misterioso! Questo è stato il mio Natale differente. Differente per le condizioni ambientali, climatiche e soprattutto per il diverso modo di sentire di questa gente del mistero stesso del Natale. E differente la mia condizione interiore: quella di chi si è dovuta spogliare dei propri criteri, paradigmi culturali e metodi pastorali per accogliere quelli del popolo afrocolombiano, lasciandosi arricchire da loro e da quel Bambino che nasce, sempre e dovunque, per assumere le nostre povertà.

Simona Tumino

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