Missionari Iblei

Centro Missionario Diocesano – Ragusa

Veronica Brugaletta architetto in Congo RD

Due anni fa ho avuto l’idea di partire per l’Africa. Non pensavo che in due anni anziché scemare, questa idea si potesse trasformare in realtà. E’ iniziato tutto quasi come uno scherzo: un giorno ho ricevuto una telefonata da padre Sebastiano Amato, missionario nella Repubblica Democratica del Congo da 35 anni circa, e spontaneamente ho detto: ”voglio venire in Africa”. Da quella frase è iniziato tutto e il pensiero di partire si faceva sempre più intenso.  Finalmente arriva il giorno in cui cominciano i preparativi per il viaggio: valigia, vaccini, visto e biglietto. Il 9 aprile sono partita con tanta voglia di fare e un pizzico di paura per cosa avrei trovato.  Sembra strano che la paura non era tanta, ma il buttarmi nell’ignoto non riusciva a suscitarmi nessuna paura o forse me ne suscitava talmente tante che ne ero stordita. L’unica paura certa era quella della solitudine: sono partita sola, trovando a Bukavu solo P. Amato come amico. Questa paura si è subito smentita: ho provato tutto tranne che solitudine! Mi sono sentita accolta, accettata e circondata da tante persone … non ero mai sola!

Penso che non sarò mai in grado di spiegare bene con parole quello che ho visto, ho provato, quello che mi hanno dato. Sono entrata in contatto con persone che non hanno nulla, che vivono nella totale povertà e sofferenza, nella totale insicurezza, ma la cosa che più lascia sbalorditi è la gioia che hanno nel vivere: soffrono ma hanno la gioia di condividere quel poco che hanno a disposizione, soffrono ma sono sempre pronti a regalarti un sorriso in cambio anche di una sola carezza, soffrono ma sono in grado di dedicarti danze di gioire di vero cuore se ricevono una caramella. E’ difficile pensare ad un sorriso in cambio di una caramella, è difficile pensare ad un sorriso e ad un “grazie” solo perché scambi due parole con loro … per me era difficile pensarlo, adesso non più perché l’ho vissuto.  Quando ero a Bukavu, tante volte mi sono chiesta com’era possibile una cosa del genere: com’era possibile che faticare per far mangiare i figli almeno una volta al giorno, che vivere con tanta insicurezza e sofferenza potesse lasciare spazio alla gioia, ad un sorriso? La risposta l’ho capita incominciando a vivere con loro: è la semplicità che sta alla base di tutto!

Il viaggio, oltre che per un’esperienza di vita, è stata anche un’esperienza di studio e “lavoro”. Volevo, in qualche modo, essere d’aiuto, così P. Amato, mi ha dato la possibilità di progettare e seguire i lavori di un centro di formazione per missionari ed è proprio con i muratori che ho imparato tanto sia a livello di “lavoro” che a livello di vita: più volte il cantiere è stato per me il luogo di bellissimi scambi di insegnamenti, data da una bellissima collaborazione con i muratori del posto. Mi vedevano come una di loro. Non c’era il rapporto di “capo e lavoratore”: dicevo loro cosa andava fatto, ribattevano se non erano d’accordo, discutevamo insieme, trovavamo insieme soluzioni comuni alle mie e alle loro idee o metodi di realizzazione. C’era un rapporto di “amica-amico”. Più di una volta mi sono trovata a ricevere regali dai muratori con i quali ho lavorato … è questa la semplicità di cui parlo! E’ bello vedere come gente che ha difficoltà a mangiare anche una volta al giorno, ti regala le uova, le patate dolci o semplicemente si priva di qualcosa per regalarla a te. Questa è la loro semplicità, la loro condivisione. Questo mi ha permesso di non sentirmi mai sola.

Non sono solo le cose materiali che ho guardato, ma anche le parole che ricevevo da alcuni di loro: inizialmente non tutto andava così bene: vedendomi “bianca”, chiedevano sempre qualcosa di soldi o da mangiare, ma come poter dargliene una colpa? Inizialmente ero infastidita da questo loro continuo chiedere, fin quando P. Amato mi ha spiegato che è un modo che hanno loro per “rompere il ghiaccio”, un modo per iniziare la conversazione e così mi sono messa al gioco: a volte, quando avevo qualcosa, la davo, altre volte facevo diventare il loro “chiedere”, l’inizio di una piacevole conversazione, e la cosa più belle era che alla fine, salutandoci, loro con tanta sincerità, mi ringraziavano senza che io avessi dato loro nulla: “grazie” perché avevo parlato con loro, “grazie” per essere stata come una di loro. Questo mi riempiva di gioia; questo colmava tutta quella solitudine di cui potevo avere paura. Insomma: quattro mesi sono proprio volati! E’ stato più difficile partire per tornare in Italia, che partire per andare in Africa. Un’enorme grazie a tutta questa gente che mi ha dato così tanto calore, un’enorme grazie va a Padre Amato che mi ha permesso di fare un’esperienza così formativa e per essermi sempre stato vicino come padre e come amico.

Annunci

I commenti sono chiusi.