Missionari Iblei

Centro Missionario Diocesano – Ragusa


Pensieri da Bogotá di Simona Tumino

Pensieri da Bogotà
Simona Tumino, missionaria ragusana in Colombia
 

Ciao a tutti voi del percorso in "Cammino per la missione" da una che una parte di cammino l’ha fatto e si trova appunto in missione!
Credo che tutti voi sappiate che dal 25 marzo sono a Bogotà perché ho scelto di donare due anni  della mia vita ad un servizio diretto in missione, con le Missionarie Secolari Comboniane. Il mio impegno per la missione spero duri invece tutta la vita! Il Signore mi ha concesso di realizzare il “sogno” della missione e sto sperimentando una gioia ed una serenità incredibile nel viverlo. Sono ancora, e per molto tempo sarà così, in fase di conoscenza e di scoperta di un mondo assai diverso dal nostro, per quanto in una città come Bogotà si possa veramente trovare di tutto.

Vorrei condividere con voi un episodio che ho vissuto la scorsa domenica durante un’esperienza con un gruppo di volontari della parrocchia dei carmelitani, che si trova abbastanza vicina a dove vivo. Il gruppo era formato in prevalenza da medici, infermieri, dentisti per dare assistenza gratuita in uno dei tanti quartieri marginali della città di Bogotà, ma c’erano parrucchiere e giovani animati dal desiderio di condividere il loro tempo di riposo con i loro concittadini assai meno fortunati. Bene, visto che per me era la prima volta e che non sono un medico, né una parrucchiera, ho semplicemente fatto l’assistente parrucchiera.

Potrà sembrare originale offrire questo servizio ma anche avere la testa in ordine è importante, per cui prima o dopo la visita medica donne, uomini, anziani e bambini passavano dalla sala coiffeur per il taglio. Io ne ho approfittato per scambiare qualche parola con i clienti. Rientrata da una pausa, ho trovato un bambino, Cristian di otto anni (ne dimostra al massimo cinque), che sfogliava un libro sugli animali preso dalla libreria della sala coiffeur, che in altre occasioni deve servire da aula scolastica. Attirata dai tipi intellettuali, mi siedo al suo fianco e gli chiedo se possiamo leggere insieme. Mi accoglie e guardiamo gli animali del polo nord e dell’Asia e arrivati all’aquila mi dice: “ Vorrei essere un uccello, per poter andare in tutto il mondo!”. Bene, penso io, mi ha dato l’assist per una conversazione interessante, per cui gli chiedo dove vorrebbe andare. “ Più lontano possibile da qui.” “ Perché, non ti piace vivere a Bogotà?”- gli chiedo io. Sì, gli piace vivere a Bogotà ma gli piacerebbe viaggiare. Io non gli dico da dove vengo, e lui è troppo piccolo per accorgersi che il mio accento non è bogotano. Più avanti mi dice: “Mi piacerebbe però prima avere un computer. Tu ce l’hai il computer?”. Devo ammettere che ho un mio computer anche se poi cerco di minimizzare dicendogli che è piccolo. Così, mentre noto l’interesse che ha nel conoscere gli animali, la nostra conversazione si amplia alle nostre materie preferite e, quando gli chiedo quale lavoro vorrebbe fare da grande, mi risponde con entusiasmo: “ Il medico!”. Gli piacciono le materie scientifiche potrebbe farcela, penso io. Mi dispiace quando anche la mamma e la sorella hanno completato la seduta dalla parrucchiera e lo chiamano per andar via: mi dà un bacio (senza che glielo chieda) e ci diamo appuntamento per il prossimo mese. Più tardi, mentre ero ancora lì con gli altri bambini, tutti belli e vivaci, penso a quale sarà il loro futuro. Penso ai sogni di Cristian e mi rattristo: non solo per l’evidente precarietà economica in cui vive. Il punto non è se Cristian da grande sarà un medico, un operaio o un ambulante che vende frutta e caramelle per le strade di Bogotà, il punto è se Cristian arriverà ad essere grande! Cristian, come Miguel, Alejandro, Isabel … e tutti i bambini di Ciudad Bolìvar, che ora sono sono belli e spensierati (almeno nell’apparenza). In un quartiere dove il parroco in solo  giorno della passata settimana aveva celebrato 5 funerali di ragazzi ammazzati, dove non c’è famiglia che non abbia un componente assassinato, dove è difficile restare neutrali nel conflitto tra guerriglieri e paramilitari, e dove tutto si regge sul narcotraffico …., mi chiedo inevitabilmente se Cristian riuscirà a sfuggire a queste dinamiche di corruzione e di morte. Certamente devo sperare di sì, che si può avere una vita normale anche nascendo nel distretto di Ciudad Bolivar di Bogotà, ma … non sarà facile.

La mia riflessione esce fuori da Bogotà, dalla Colombia  e penso a quanti milioni di bambini nel mondo non possono realizzare i loro, anche piccoli, sogni di una vita dignitosa ed onesta.

Penso poi a me e a quanti sogni il Signore mi ha concesso di realizzare, oltre a quello che sto vivendo adesso, e la domanda  ancora una volta mi sorge spontanea: “Perché a me sì e a Cristian no? Sarà che Dio è ingiusto dando solo a pochi privilegiati? O, piuttosto,  siamo gli uomini ad essere ingiusti ”. Protendo per la seconda ipotesi, non tanto perché sono una credente convinta ma perché ho toccato con mano da dove derivano certi squilibri. Il punto non è neanche di chi sia la responsabilità quanto cosa posso fare io, cosa potete fare voi, cosa possiamo fare noi che abbiamo ricevuto in abbondanza e che possiamo realizzare anche i nostri sogni!
La risposta prima di essere collettiva è individuale ma di certo è vero quanto affermava Follereau: “Nessuno ha il diritto di essere felice da solo!”.

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